Lutto perinatale: la parola alla psicologa

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Perdere un bambino dopo averlo sentito crescere dentro di sè è un dolore impossibile da spiegare. Non esiste un modo corretto di affrontarlo ma è importante avere ben chiaro che si tratta di un lutto a tutti gli effetti, che come tale deve attraversare diverse fasi per essere elaborato. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Floriana Brugioni, psicologa specializzata in lutto perinatale. 

Quali sono le reazioni/atteggiamenti di un genitore che ha perso un bambino?

Sicuramente ogni genitore e ogni coppia reagisce in modo prettamente personale. C’è chi si chiude in se stesso, chi cerca di riprendere velocemente le attività lavorative e di svago, chi cerca una parola di conforto.

Quando la gravidanza, quindi il processo che porta alla nascita e alla vita, si interrompe improvvisamente quello che si vive è un non evento che porta con sé un’enorme confusione, infatti con la morte perinatale vita e morte si fondono.

La percezione della gravidanza risulta essere differente tra la madre e il padre, nel caso della perdita perinatale sembrerebbe che la più grande differenza tra i due genitori sia sui tempi: il padre, a differenza della madre, ha avuto meno occasioni per sentire veramente questo bambino (specie se la perdita avviene prima della possibilità di sentire i suoi primi movimenti all’interno della pancia). Il quadro che si va delineando è più o meno il seguente: per la madre si tratta della perdita di un caro, per il padre si tratta di un evento triste.

Questo è un momento molto delicato per le coppie che si trovano a viverlo, c’è chi ne esce più forte di prima, c’è chi si allontana arrivando a separarsi. Di solito l’uomo si preoccupa dello stato emotivo della donna mettendo le sue reazioni emotive da parte, spesso la donna ha più propensione al dialogo mentre l’uomo si rifugia nel lavoro.

Il lutto perinatale si elabora in diverse fasi? Quali?

Se vogliamo parlare di fasi potremmo citare Bowlby, per lui l’elaborazione del lutto procede all’interno di quattro fasi:

  • Il torpore, in cui si manifesta uno stato di calma apparente. Si tratta di una calma basata sulla soppressione delle emozioni. Come dicevo prima, c’è qualcuno che torna subito a lavoro, chi fa finta di nulla indossando il suo miglior sorriso quando gli viene chiesto qualcosa riguardo alla perdita del proprio bambino.
  • La ricerca e la collera, inizialmente c’è una ricerca di ciò che abbiamo perduto e può essere una ricerca sia fisica che psicologica. È una fase in cui molti genitori si chiedono cosa hanno fatto di sbagliato, ripercorrono tutte le analisi fatte, ci si chiede cosa sarebbe cambiato a non aver fatto quella scelta ma un’altra. Dopo questa prima fase di ricerca subentra la collera, fondamentale per la ristrutturazione interna successiva alla perdita.
  • Disorganizzazione e disperazione, perdere il nostro bambino vuol dire perdere una persona amata e con essa tutte le fantasie e aspettative che già erano presenti nei singoli genitori e nella coppia. Ci si sente frammentati, svuotati, senza più confini sicuri.
  • Riorganizzazione, piano piano questo percorso ci porta alla riorganizzazione di noi stessi e con il tempo possiamo riuscire ad integrare questo evento nel flusso della nostra vita.

Come mai questo tipo di lutto tende a venire considerato di serie B? C’è più resistenza a parlarne?

Paradossalmente la nostra epoca sta affrontando numerosissimi tabù, alcuni sono stati scardinati, per altri si sta lavorando, ma l’evento morte resta qualcosa di innominabile, in special modo la perdita di un figlio.

Nel caso specifico della perdita perinatale, è quasi sicuro che chi abbia perso un bambino durante la gestazione si sia sentito rivolgere frasi come “non lo conoscevate / erano pochi mesi / potete riprovarci subito”, come a lasciar intendere che l’unico motivo accettabile di sofferenza sia collegato al tempo che si è passato con quel bambino, mentre la sofferenza per la perdita di un bambino non dipende dal tempo passato con lui o dalla durata della gravidanza.

Purtroppo al mondo esterno di questo bambino non è rimasto niente e il dolore per questo sconosciuto resta qualcosa di incomprensibile, invece la famiglia di questi bambini, apparentemente sconosciuti, li ha sentiti, amati e accolti al suo interno ben prima della nascita.

Come può la terapia aiutare le famiglie che hanno subito questa perdita?

Nel caso in cui la coppia sentisse la necessità di rivolgersi a qualcuno, lo spazio terapeutico dà la possibilità di poter parlare del proprio lutto, che spesso all’esterno è sentito come “esagerato”.

Si tratta di uno spazio all’interno del quale poter esplorare le memorie, percepire la perdita come reale, uno spazio in cui cercare e creare un dialogo all’interno della coppia, a volte capita che la donna pensi che quel bambino per il compagno non abbia significato la stessa cosa, non abbia avuto lo stesso valore, di contro il compagno continuerà a non affrontare l’argomento e a tacere il suo dolore, da qui possono nascere molte incomprensioni che possono portare all’allontanamento, la terapia offre l’opportunità di poter esplorare emozioni e dolore.

Entrambi i partner devono sapere che serve molta pazienza per affrontare tutto questo e che molto probabilmente si trovano a vivere una delle prove più difficili nella vita di una coppia. Poter parlare delle proprie emozioni e dei propri vissuti, nel rispetto dei modi e dei tempi dell’altro, ha un effetto opposto, permette di riavvicinarsi.

Come possono familiari e amici aiutare la coppia a superare il momento?

Sicuramente sono da evitare quelle frasi citate prima che fanno parte del repertorio di familiari, amici e conoscenti. Le intenzioni sicuramente sono quelle di provare a dare sollievo, ma hanno l’effetto opposto, in quanto squalificano emozioni e sentimenti.

La cosa migliore è stare accanto alla giusta distanza, essere disponibili e non invadenti. Non occorre parlare per forza della perdita o del bambino nella speranza che parlare aiuti nell’elaborazione, dobbiamo rispettare i tempi di chi abbiamo davanti e sicuramente, quando sarà giunto il momento, il discorso sarà affrontabile.

Cosa si sente di consigliare a un genitore che ha appena subito questa perdita?

Può essere utile sapere che:

  • Le emozioni verranno a galla, importante sarà viverle, condividerle e cercare di nominarle
  • Condividere con il partner il proprio stato d’animo, la propria tristezza, senso di colpa, e tutte le emozioni che vi troverete a vivere in questo periodo così difficile
  • A livello individuale e di coppia è necessario prendersi i propri tempi e i propri spazi
  • È un momento delicato nelle vostre vite, potrebbe affacciarsi la necessità di rivolgersi a un esperto per ricevere sostegno, non c’è nulla di male in questo
  • Nell’arco di un paio di mesi potrebbe essere effettuata una visita ginecologica
  • Il corpo ha memoria della gravidanza, il seno ad esempio sarà pronta per nutrire, questo potrebbe portare con sé molta rabbia. Possono riproporsi i vissuti della gravidanza, alcune donne sentono scalciare il bambino o lo sentono piangere, molte donne riportano quella che viene definita “sindrome delle braccia vuote”, una sensazione sgradevole e dolorosa alle braccia.

Per i genitori il loro bambino non è rimpiazzabile, può capitare che l’elaborazione possa essere ostacolata perché associata al dimenticare il bambino e i genitori hanno paura di dimenticarlo, hanno paura di dimenticare la sofferenza perché la sofferenza li lega a lui.

Elaborare un lutto non vuol dire dimenticare, vuol dire riporre al giusto posto l’amore provato. I bambini persi non sono persi per i loro genitori che li hanno accolti e amati sin dal momento in cui hanno scoperto la gravidanza.

Come dice un proverbio spagnolo “un lutto di cui non si parla è un lutto che non guarisce”, concedetevi il tempo per soffrire.

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Educazione/psicologia

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