È mio! Come affrontare la fase egoistica del bambino

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Al momento della nascita il bambino si trova immerso in un mondo pieno di stimoli nuovi senza avere i mezzi concettuali che gli adulti tendono a dare per scontato. Col passare del tempo, solitamente a partire dai 18 mesi, ciò che lo circonda inizia ad assumere per lui una forma ben definita e cominciano a maturare alcuni concetti astratti come quello del sé, dell’altro, e una prima capacità di distinguere gli oggetti inanimati dagli individui con cui possono interagire.

L’egocentrismo infantile

Questo sviluppo raggiunge una fase molto particolare attorno ai 2 anni di età, sebbene se ne possano trovare indizi consistenti anche nei mesi che precedono quel momento e in quelli che lo seguono. In questa fase dello sviluppo, indicata da Piaget come “fase dell’egocentrismo infantile, il bambino inizia ad appropriarsi del concetto astratto del possesso, facendo entrare a far parte di ciò che definisce un individuo tutti quegli oggetti con cui lo vede entrare in contatto. Durante questo periodo sarà molto frequente l’insorgere di comportamenti di forte gelosia e possessività, segnalati da un frequente utilizzo di espressioni come “è mio” ed “è suo”, poiché gli oggetti vengono identificati come una sorta di prolungamento della persona e quindi immancabilmente integrati tra ciò che la identifica.

Sebbene questo processo segnali un passo importante nell’evoluzione del piccolo, in questa fase il meccanismo si presenta ancora in uno stadio molto primitivo, ed egli tende ad attribuire il possesso di qualsiasi cosa alla persona che ha visto interagire per prima con quell’oggetto. Questo atteggiamento, per lui di facile comprensione, gli consente di sentirsi più al sicuro all’interno di un mondo di cui ancora non riesce a padroneggiare i meccanismi, ma è necessario che il comportamento dei genitori riesca ad indirizzarlo sapientemente perché possa superare questo momento imparando a far proprie le norme sociali che regolano la condivisione.

Come affrontarlo?

Per riuscire a contrastare questo atteggiamento integrando le importanti conquiste ad esso associate all’interno del contesto sociale, è importate fornire al bambino regole chiare. Sebbene possa sembrare contro intuitivo, attribuirgli per primi alcuni oggetti potrà contribuire a definire in maniera meno vaga il concetto di possesso: sapere che un oggetto viene riconosciuto come suo indipendentemente da chi lo tocca può costituire un’importante rassicurazione e renderlo meno riluttante a condividerlo. Per favorire questo processo potrebbe essere molto utile controllare il terreno di gioco, coinvolgendolo nella scelta di alcuni oggetti da condividere a discapito di altri che, al sicuro nella sua cameretta, non verranno utilizzati.

Quando si invita il bambino a prestare un giocattolo, a cederlo o a rinunciarvi perché benché lui lo identifichi come suo in realtà non lo è, è necessario che non si perda di vista la naturale insicurezza esistenziale che provoca questi comportamenti. Coinvolgere il bambino in attività differenti, stimolarlo, riconoscere le sue abilità e aiutarlo svilupparle coinvolgendolo in attività creative può aiutarlo a riconoscere se stesso anche attraverso canali differenti rispetto a quello del possesso, aiutandolo ad aprirsi alla possibilità di socializzare.
Anche l’esempio può svolgere un ruolo di primo piano: un bambino immerso all’interno di un ambiente familiare incline a condividere, e in cui può facilmente imparare il piacere dello scambio cortese e rispettoso, sarà sicuramente più predisposto a lasciare che gli altri tocchino le sue cose.

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Educazione/psicologia