La nostalgia delle madri

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Credevo di essere l’unica, ci ho messo quasi dieci anni per dirlo chiaramente e darmi il diritto di questa fatica: staccarsi dai figli è difficile.

Certe mattine mi è preso un piccolo morso, come quelli uterini, del dopo parto: cose che smettevano, che si lasciano indietro e che non torneranno più. Un seno, una ninna nanna, quel cavallino a molla nel parco che ormai è troppo piccolo. Le prime parole, la voce che quasi miagolava, il naso all’insù e la pelle che sa di Mustela.

Credevo di essere l’unica, sembravano tutte così forti.

Per un po’ l’ho detto piano. Come quando si sonda la reazione degli altri, e si teme di essere sole. Ma riga dopo riga, pezzo dopo pezzo, il vostro consenso, il riscontro, mi hanno fatto capire che è così per tutte.

Forse è proprio lì che comincia l’amore: l’innamoramento ci sigilla alle nostre creature, ci mescola, ma poi deve alzarsi, levarsi da quella primordiale alchimia. Diventare due richiede coraggio.

Un coraggio che compete a noi, madri: credo sia una fatica squisitamente femminile.

Per quanto i padri di oggi siano presenti, già dal parto, perfino prima, in gravidanza. E poi nelle notti, nei cambi di pannolino, nei giochi, nell’educazione… non credo possano sperimentare la fusione di due esseri che sono stati uno.

Quei corpi sono usciti dal nostro corpo, dopo avervi viaggiato per nove mesi. Hanno bevuto il nostro latte, hanno visto il più delle volte il nostro volto, per la gran parte del giorno.

Sono le madri che stanno in maternità, a casa. Per un po’, o per sempre. Comunque loro. Rivoluzionano vite, si lasciano fare, trasportare. È un coinvolgimento senza eguali. Forse abbiamo il diritto di dirlo: staccarsi è difficile.

Se ti sei abbandonata a quel mondo parallelo, alla follia di questo amore, poi resti folle.

Rimani folle mentre il piccolo, giustamente, si spinge nella sua indipendenza: tu non hai la stessa spinta, non così forte. Hai gli strascichi della sbronza, ci pensi ancora, ci penserai sempre.

Mi ci sono voluti quasi dieci anni per ammetterlo. E non vergognarmi. Mi avete aiutato voi. Il vostro accodarvi.

Abbiamo il diritto di lamentarci, anche se questo non significa sbraitare.

Abbiamo il diritto di essere un po’ infelici a volte, di sentirci soffocare: anche se questo non vuol dire spegnerci.

Abbiamo il diritto di avere paura, pur restando sempre piene di fiducia.

Abbiamo il diritto di sognare, di guardare avanti.

Ma abbiamo anche il diritto di fermarci, e guardare indietro. Con quella nostalgia che non mollerà mai.

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