Guardarti crescere

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Ci sono molti dettagli che dicono che sei cresciuta.

Un po’ di tempo fa, seduta a tavola davanti a me, al tuo solito posto, mi dichiari con orgoglio: “Sai che io so versare il succo d’arancia con una mano sola?”

Lì per lì ci ho messo un attimo a capire. Ho ripensato alle volte che mi chiedi di tenerti il bicchiere mentre tu versi: è vero, le due mani ti servivano per reggere il grosso brick da 1 litro. Allora ho capito: “Ah, sei diventata così forte?”

“Sì, guarda”.

Non c’era un punto esclamativo al fondo del tuo invito: un solo, semplice punto e a capo, sicuro, saldo. Come stai diventando tu.

C’è quella volta che al ritorno dal mercato hai voluto imbracciare quello stupido sacchetto col pollo arrosto: alla maniera che le donne tengono le borse, appeso, il gomito piegato. E così un sacchetto di plastica è diventato una storia.

Ci sono le sere che non sai se prenderti questa pioggia di baci, né io so se lavartici o diventare pudica, indietreggiare piano fingendo che non sia. Nulla, niente, sbiadire dimesso che non lascia traccia.

C’è quel giorno pazzo di sole, d’agosto. Una buca grande di sabbia, un prato lungo il laghetto, una fontana e il Monte Bianco. Mi hai chiesto di giocare nella sabbia: piccola meraviglia che sfugge alle nostre estati da montagna. Eccola lì, aperta e invitante, intiepidita dal sole, vuota di gente, senza riserve né timori, senza il bisogno di vincersi, di scavalcare improvvise timidezze.

“Vai, amore, vai tu”.

Quattro parole e, per la prima volta, sei sola.

Tentenni: è nuova per entrambe, questa proposta. Quasi quasi me la rimangio, vengo, mi alzo da questa stuoia d’erba su cui svacco alla ricerca dell’ultima abbronzatura.

“Vai, ti vedo. Ti guardo da qui”.

Una piccola fatica. Mascherata, ricoperta di fiducia come i Ferrero Rocher, col cuore dentro che si scioglie. Ti convince, ti allontani, esci dal mio campo verde, superi la stradicciola sterrata, guadagni il bordo della zona sabbiosa. Levi le scarpe senza bisogno di consensi. Forse nemmeno ti volti più, tra un raggio e l’altro del sole che dividendoci ci ama.

Saranno cinquanta metri, cento. Miliardi.

È stata la prima volta che ti ho lasciata andare da sola in un posto. Anche se ti vedevo. Conta lo stesso, conta, no?

Guardavo quei riccioli, la tua autonomia, il tuo giocare assorto: guardarti senza essere guardata, senza essere quasi vista ti rendeva nuova. Un capolavoro.

Spero di pensare sempre che ho fatto un capolavoro. Anche quando rimarrà poco di ciò che ho messo io. E sarai soprattutto ciò che tu avrai fatto di te.

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Mi chiamo Maddalena Capra, ho tentato di convertire il mio cognome nel più affascinante Lebout sposando un francese (altrettanto affascinante) ma ho dovuto prendere miseramente atto che in Italia si utilizza sempre il cognome da nubile. Divido le giornate tra i miei 3 figli, un blog sentimentale, ironico e irriverente quanto me e altre forme di scrittura. In equilibrio precario ma felice. Credo: nei bambini, nel potere della parola, nelle gioie improvvise. La migliore cosa che mi sia mai detta da sola: “Il destino è una pagina scritta. Finché non scopri che puoi girarla. E che dietro è bianca.”

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