Figli maggiori con una marcia in più: così dice la scienza

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I primogeniti sono più intelligenti dei fratelli più piccoli: questo è ciò che afferma uno studio scientifico condotto dall’Università tedesca di Leipzig. Diverse tuttavia sono le ricerche che sostengono questa teoria: sarà vero?

I figli maggiori sono anche quelli più intelligenti?

Secondo i ricercatori di Leipzig i primogeniti avrebbero un più alto quoziente intellettivo che andrebbe ad abbassarsi di 1,5 punti ogni ultimo nato.

Questo risultato è il frutto di un lunghissimo e complesso studio che ha coinvolto 20.000 persone provenienti da Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti. In base ai dati analizzati, dunque, gli scienziati tedeschi hanno osservato che i figli maggiori avrebbero una marcia in più rispetto ai fratelli minori ma ancora non è chiaro il motivo.

La dottoressa Julia Roher, ricercatrice dell’Università di Leipzig, ritiene che il fenomeno sia dovuto a una maggiore attenzione dei genitori nei confronti del figlio più grande, prima dell’arrivo dei fratellini. Diverse teorie infatti sostengono che i figli successivi al primo ricevono meno attenzioni, mentre il primogenito è al centro dell’interesse dei familiari, anche per anni. Ciò vuol dire che i bambini più grandi avrebbero più opportunità di imparare cose nuove e maggiori occasioni di crescita.

Questa tesi è avvalorata anche da un’altra ricerca, quella della Cornell University. Gli scienziati americani infatti hanno dimostrato che, durante tutta l’infanzia, mamma e papà trascorrono quotidianamente circa 30 minuti di tempo in più con il primogenito rispetto ai fratelli minori.

Figli maggiori più intelligenti grazie al tutoring

La Rhoer inoltre sostiene che il maggior quoziente intellettivo dei figli più grandi sia dovuto a un’altra loro importante funzione, quella definita dai ricercatori tedeschi “funzione di tutoring”. Il primogenito è una sorta di guida per i fratelli più piccoli che ha il compito importantissimo di insegnare loro tutto ciò che ha appreso nel corso della sua vita. “Insegnare – dice Julia Roher – richiede capacità cognitive. Tutto questo dà un importante input alla loro intelligenza“.

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