Il metodo Lebout per far dormire i bambini

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Il metodo Lebout per far dormire i bambini

Un figlio che non dorme: dovrebbero ascriverlo tra le cause principali di scissione famigliare (della serie: non il matrimonio, ma i figli, sono “la tomba dell’amore”), di malattie congestizie, emicranie irriducibili, degenerazione cellulare, fisica e mentale. Insomma, per riassumere: il male del secolo.

Di tre l’ultima è stata il calvario peggiore.

Dapprima fu la carrozzina.

Marciavo mantenendo quanto più potevo la costanza oscillatoria, la frequenza del passo e la forza di spinta, perché la piccola cadesse nel sonno e ci restasse. Logicamente dovevo pregare che non passasse un’ambulanza o un pirla qualunque con la musica a palla. Intanto mi guadagnavo qualche complimento post-partum: “Caspita, sei già tornata in forma!” E provaci tu, a inflaccidirti con una neonata come questa…

Poi fu la speranza nel tempo.

Trovavo sempre qualcuna che sapeva cosa dirmi: “Ah, devi aspettare i tre mesi, vedrai.” I tre mesi arrivano, la situazione si protrae senza variazioni di sorta: “Ah, la mia fino ai sei mesi non ha chiuso occhio…” Be’, certo, a sei mesi si svezza: latte ne ho sempre avuto, ma chi lo sa, a qualcosa si deve pur credere… Vedi che, appena ti si ciuccia qualcosa di più sostanzioso, ti dorme che è un piacere. Speranza tradita. Superiamo i sei mesi: “Ah, guarda, fino a un anno…”

C’è sempre qualcuna che sposta la soglia. Fino a punte irragionevoli che si attestano sui dieci anni, roba che ti chiedi perché non siano andate da un neuropsichiatra infantile.

Quindi la sperimentazione.

Un tempo le famiglie erano allargate, il bimbo era tuo ma anche di tutti, le pene erano condivise. Ora son c. tuoi, puoi solo appellarti alla pazienza e sfogarti sui social. Fortuna che il web è pregno di metodi e buoni consigli.

Hogg, Estivill, Pantley… Chi non ne ha sentito parlare? Faccio come si faceva con le figurine: “ce-lo”, “man-ca”. Ecco, ce le ho tutte, ho finito l’album. Però la piccola non dorme ancora!

Abbiamo provato, nel tempo: a regolare il sonno, regolare le poppate, stabilizzare la routine, fare silenzio, non fare silenzio, nutrirla prima, nutrirla dopo, giocare prima, non giocare prima, cantare, non cantare, città, montagna (è vero, ci manca il mare, ma dicono che innervosisca), vicino, lontano, al freddo, al caldo, dentro, fuori, sempre uguale, un po’ diverso, in braccio, nel lettino, tornando, lasciandola piangere, di giorno, di notte.

La prova più intensa è stata la Hogg, non studiavo così dai tempi dell’università. In camera e in cucina una serie di post-it con gli appunti, e poi un mazzetto disordinato di fogli A4, su cui annotavo i sonni della piccola, gli orari, le modalità, i tempi. E impazzivo, perché affidarsi a un metodo serio vuol dire non sgarrare, e io sgarravo, sgarravo eccome, per forza, perché non funzionava. E così, oltre alla fatica, si sommava il senso di colpa perché non ero stata ligia.

Sono seguite altre, innumerevoli illusioni. Inclusa quella di abituarci. Perché, se la soluzione non si trova, l’unica soluzione è non cercarla.

Finché troviamo il sistema.

Dì, fanciulla, te la ricordi la branda? Tuo padre sì, piuttosto bene, perché dopo n. risvegli tetta-sedati, impietosito ti portava di là, per concludere l’alba con te, su quel giaciglio improvvisato in cucina. Finché una sera gli viene il colpo di genio (o di sfinimento): “Senti, mettiamole il lettino in cucina, quello da campeggio dei tuoi, ce lo facciamo dare.”

E lì fu il miracolo.

E dire che le sante regole ormai universalmente riconosciute sono: mettere giù il bambino ancora sveglio, nel suo lettino, nella stanza preposta, che sia una camera da letto, dedicata, e con un buon rituale.

La metto nel lettino da campeggio, già semi addormentata, senza rituale, in cucina.

Forse dorme meglio di me, che soffro un po’ per la distanza, osservo il suo vero lettino vuoto in camera nostra, e devo soffocarmi come uno starnuto per non andare a riprendermela. Però funziona.

Siamo impazziti di paranoie per oltre un anno e poi bastavano un lettino da campeggio e una cucina: metodo Lebout.

 

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Nanna

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