Ospedale degli Orrori: cosa succedeva a Reggio Calabria

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I terribili eventi che hanno avuto luogo nell’ospedale Bianchi-Melacrino-Morelli di Reggio Calabria, e in particolare nei reparti di Ginecologia, Ostetricia e Neonatologia, presentano le medesime tinte fosche di un racconto horror piuttosto crudo e inquietante. Dall’inchiesta “Mala Sanitas”, condotta dalle Fiamme Gialle della Guardia di Finanza,  sono infatti emersi una serie di reati sconcertanti ai danni delle partorienti e dei neonati. Gli orrori sanitari perpetrati nel nosocomio reggino, inoltre, erano anche oggetto di scherno da parte dei medici, come è chiaramente emerso da quelle che oggi sono state chiamate a buon diritto le  intercettazioni della vergogna. Si pensi, ad esempio, a quella in cui il ginecologo Alessandro Tripodi, rivolgendosi a un collega, afferma: “Al collega gli è rimasto l’utero nelle mani, ah ah ah… la paziente stava morendo. (…) Aveva la vescica aperta, le hanno sfondato la vagina.”

Al fine di occultare gli errori medici commessi, il personale ospedaliero si è anche adoperato per manipolare le cartelle cliniche, immettendovi documenti falsi e distruggendo quelli originali.

A finire nel mirino degli inquirenti, lo ricordiamo, un totale di 11 persone tra medici (Alessandro Tripodi, Filippo Saccà, Daniela Manuzio, Pasquale Vadalà) e paramedici.

Le vittime

Come dimostrano le intercettazioni, i fatti criminali emersi dall’inchiesta, lungi dall’essere degli episodi isolati erano piuttosto tasselli di un degradante e collaudato sistema di malasanità. Tra le vittime individuate ricordiamo: due neonati deceduti, un altro con danni neuronali permanenti, un lungo elenco di mamme con lesioni al collo dell’utero e una interruzione di gravidanza non voluta.

L’episodio dell’aborto forzato ai danni della sorella del primario

Il caso della partoriente Loredana Tripodi, sorella del ginecologo Alessandro, è sicuramente quello che ha fatto più scalpore. Il medico, infatti, ha pianificato a insaputa della sorella una interruzione di gravidanza: l’uomo, sospettando che il feto fosse affetto da patologie cromosomiche, in collaborazione con un collega, le ha somministrato il Cervidil, un farmaco abortivo. Questa circostanza è emersa da una intercettazione captata il 16 giugno di sei anni fa.

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