Famiglia: “Avrete un fratellino!”

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Famiglia Fratellino

Sono finite le vacanze, ho tenuto dentro la nostra notizia. Patrick e Sarah sono piccoli, piccola è la mia pancia. Non sanno e non vedono. Vedono che sono strana, forse. Vedono che sono stanca. Che a tratti risplendo e altri attimi affondo lontana.
Fine agosto è come infilarsi in un buco stretto stretto, una serratura da cui vedi a fatica: loro, tu, le ore lunghissime. Nessuno. I parchi vuoti, i negozi chiusi. Faccio il meglio che posso. Poi, dopo pranzo, tutti a letto per tirare il fiato anch’io. Coi sensi di colpa piegati dalla stanchezza o dal mal di testa.

Mathias rientra quella sera in bici come al solito, la maglia sudata dalla pedalata e la gara dei figli per prendere quella pulita che lui dovrà infilarsi. Corrono in camera nostra: “Chi sceglie?”
Ci penso un po’ su. Non alla maglia. Alla notizia. È ora, mi dico. Ho bisogno di un fremito, oggi, di un aggancio di gru che mi sollevi sopra i lamenti mediocri di questi acciacchi e fatiche, che mi rimbalzi in alto nei loro sorrisi che già mi figuro, come un tappeto elastico, sicuro.

“Dai, diciamolo stasera!” esorto Mathias con la maglietta fresca di armadio. Pensavamo di aspettare l’ecografia della settimana seguente. Aveva senso. Avere conferma, sai com’è… Invece io non voglio il senso, voglio il guizzo, il pesce che salta fuori dall’acqua.

Li chiamiamo a raccolta, neanche fossero venti, scappano, fremono, come bollicine: è lo scompiglio dato dal rientro del papà.
“Bambini, venite qui. Sttt, ascoltate un attimo.”
Tentennano: sono abituati a qualche ramanzina, quando li si richiama all’ordine.
“Dobbiamo dirvi una cosa importante.”

Vedono il nostro sguardo sereno, sentono le voci ferme ma pulite, annusano il buono. E si fermano come soldatini in ascolto: pericolo scampato.
Allora prendo le loro manine rotonde, venti piccole dita, e le porto sulla mia pancia: “Qui dentro c’è un bambino! Un fratellino o una sorellina. Ma per davvero, sapete? Solo che adesso è ancora piccolo piccolo…”
Devo specificare che è per davvero, perché vengo da mesi di gare a chi ha la pancia più grande, più gonfia, a chi ha mangiato di più o è andato in bagno di meno.

E in quel momento, mentre lo dico, i miei figli diventano tre: è come restare incinta di nuovo, come vedere, un’altra volta, due strisce su uno stick.

Patrick fa l’esperto, dice che tutti eravamo piccoli, anche lui, poi è diventato grande. Sarah è ammutolita. Rielabora nei suoi trentaquattro mesi.
Non sorridono, se non appena. Non saltano, non corrono. Non scappano, neanche. Restano lì, impalati: aspettano. Tutto qui?
Cerco il loro entusiasmo, li invito con gioia: “Lo volete vedere? Volete vedere com’è?”, la voce che scampanella.

Quella sera mostriamo loro le ecografie già fatte, le figure sui libri, i video su Youtube. Gli racconto la storia del vermicello e dell’uovo, del bimbo che mangia dal cordone. Loro si arrampicano su queste cose nuove tra la curiosità e la confusione delle loro testoline.
Patrick chiede se può toccare il bimbo. Sarah commenta “vediamo se gli piace al bambino” per ogni cosa che mangio.

Poi sulla panca, seduti a tavola, si schiacciano su un lato. Spostano i piatti di conseguenza, guardano i miei occhi interrogativi e mi spiegano: “Facciamo posto per il fratellino.”

Perché sono così, i bambini: eroi troppo grandi per il mondo dei grandi. Infili una notizia nel loro cosmo, e ne escono coriandoli fuori stagione, neve a ferragosto, colombe a Natale.

 

 

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Aspetto un bimbo

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