Fenomenologia della maternità

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Diventando mamma assisti a strani fenomeni:

– I giorni si accorciano, le notti si allungano. Che le giornate siano troppo brevi per tutto quello che devi farci stare, è facile intuirlo. Ma le notti? In piedi ogni mattina alle 6.30, si direbbero decisamente più corte di un tempo. Forse. Ma prova a passarle sveglia con un pupo che ogni due ore ti reclama. Dopo tre tranche annaspi alla ricerca dell’alba.

 – Il cestello della lavatrice si è ristretto. Incredibile: prima ti bastavano un paio di carichi a settimana, ora nel cestello entra sì e no un quarto delle cose sporche.

– Il cesto della biancheria è un pozzo senza fine: per quante lavatrici tu faccia, c’è sempre qualcosa che avanza. In generale il cesto della roba sporca si presenta ormai abitualmente con coperchio in bilico, sovrastato da un altro gruzzoletto di panni non ben identificati. Di cui incolpare il marito: “Ma perché non le metti dentro, le cose da lavare?” per poi scoprire che “dentro” è già overbooked. L’ultima volta che ho visto il fondo – giuro – ho fatto la foto.

 – La macchina fotografica funziona solo coi figli: e tu provaci, a trovare una foto di te col marito, o di te da sola, senza almeno un infante in braccio, sulle spalle, al seno, sullo sfondo. Ogni tanto mio marito azzarda, mi dice dai ti faccio una foto. Ma no che non sono truccata, ma no che oggi sono stanca. O non sei (o non ti senti) bella come un tempo, oppure – nella migliore delle ipotesi – sei tirata a lucido per una grande occasione, ma guarda caso c’è il bimbo di turno che, vedendoti ferma, arriva all’attacco, oppure attraversa il campo come il volo d’un gabbiano.

 – Impari a trovare ogni cosa, in ogni momento, di ogni componente della famiglia. Con rapidità ai limiti del paranormale. Questo è facile da spiegare: non dicono forse che con la maternità e, già prima, durante la gravidanza, le donne assistano a uno stupefacente sviluppo dell’olfatto? Le mamme fiutano, come i cani da tartufo. E in men che non si dica trovano qualsiasi cosa, dalla fattura del dentista, alla bolletta rimasta inevasa, al ciuccio della bambola ingoiato dall’etere.

 – Le orecchie ti prendono per il… Ossia l’udito racconta-balle.
Certo, anche le orecchie, per non esser da meno delle loro sorelle narici, si affinano. E anche questo è ben noto. La cosa porta discreti vantaggi soprattutto alla mamma apprensiva che, così, può contare su due infallibili alleate che l’avvertano in caso di bisogno (del pargolo). Quello che però mi sfugge è come mai, insieme a cotanto affinamento, arrivi una sorta di allucinazione uditiva. Cos’è? È quando sei al cesso e il piccolo piange, sei sotto la doccia e il piccolo strilla, sei a letto e il piccolo rogna. Interrompi, vai, guardi: non era vero. Ti era solo sembrato. E grazie al “sembrato” ti sei fottuta i soli momenti di tregua che la natura ti assegna. Stesso dicasi in occasioni sociali: mio figlio lo riconoscerei tra mille, una mamma non sbaglia mai. Qualcuno si sgola: Mammaaaa! Molli tutto, accorri. Ovviamente non era il tuo.

 – Calcoli le fatiche in kid-watt. C’era una volta il kilowatt, ora c’è il kid-watt. Del tipo: “Oggi i bambini mi hanno fatto impazzire, sono sfinita” (1000 kidwatt), oppure “Visitare l’Expo mi è costato più di una giornata intera coi piccoli” (5000 kidwatt). L’energia spesa per i figli diventa un’unità di misura e un termine di paragone. Fortunatamente vale anche in positivo: un abbraccio minuscolo dei loro ti restituisce almeno 10 mila kidwatt.

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Ho un bimbo

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