Quei giorni in cui, anche tu, mamma, non ce la fai

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Ci sono giorni, a volte addirittura settimane, durante i quali vivo in strettissima simbiosi con le mie figlie.

Sono, all’età di 3 anni e mezzo una e un 1 anno e tre mesi l’altra, strette a me, come se il cordone ombelicale non si fosse spezzato. Un prolungamento reciproco. Come fossero una gamba, un braccio, un piede.
Dove vado io (in bagno, in cucina, in soggiorno) loro mi seguono.

Se qualcuna di loro sta male, come sta succedendo sempre più spesso a causa di questo tempo pazzerello, il tutto è ancora più enfatizzato. Mi cercano in modo assoluto, totalizzante. Vogliono starmi addosso. Chi cerca le mie braccia, chi si siede sulle mie gambe.

Non c’è del romantico in tutto questo, perché i giorni non si possono mettere in pausa.

Al centro delle loro attenzioni, sempre più elettriche, faccio disperati tentativi di procedere con il resto: sistemare la casa, rispondere alle mail, lavarmi la faccia.

Più dico loro che per qualche minuto ho bisogno di fare altro, più loro si incaponiscono e fanno di tutto per attirare la mia attenzione.
Cercano lo scontro, penso, o forse solo di essere coinvolte, non saprei.

Sono molto piccole, non sono in grado di capire. Ovvio.

Tutto ciò, tutta la logica del mondo, però, se sei chiusa in casa da giorni, con i tuoi figli letteralmente addosso, non ti aiuta, se hai bisogno di un attimo per te, o se, forse peggio ancora, hai qualcosa da fare urgentemente.

Così può succedere.

Può accadere che sbotti, che urli, che ti chiudi in una stanza gridando “lasciatemi in pace, ora non posso!”. E non senti neanche che sia sbagliato, perché sei arrivata al punto di non ritorno. Hai dato il massimo, ora sei prosciugata. Non hai più energie manco per stare in piedi.

Vorresti essere altrove.

Vorresti che quelli pronti a giudicare il tuo lavoro di mamma e a classificarlo come una delle cose più naturali del mondo (alias più semplici nella quotidianità) fossero a vedere come sono davvero certe giornate.

Vorresti essere un telefonino che, con un po’ di ricarica, è pronto a tenere botta di nuovo, come nulla fosse.

Lentamente, poi, i nodi si sciolgono, la situazione si placa. Senti che qualcuno piange, ed è il pianto di chi ha bisogno della mamma, al di là del capriccio, e senti che anche tu hai bisogno che quel pianto si plachi.

Riprendi in braccio i tuoi figli. Senti l’odore. Accogli il sapore di quella lacrima, che, dopo poco, diventa sorriso, complicità, fra loro e te.

L’amore non era mai finito. Le energie si. E l’amore, delle energie, ha sempre bisogno.


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http://statodigraziaachi.com/

L’autrice in parole telegrafiche: Donna, stop. Annata 1977, stop. Razza Caucasica, come direbbero in un poliziesco americano, stop. Status pro-tempore Pugliese prestata alla Regione Lombardia, stop.

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