Quattro Maggio, quella data che aspettavamo con ansia

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Fremevo all’idea di poter uscire con le mie figlie. Finalmente, potevo vederle correre, urlare, andare sulla bici o sul monopattino o forse la piccola nel passeggino, non aveva certamente importanza il mezzo, ma l’aria.

Fremevo all’idea di questo quattro maggio, atteso come fosse la mattina di Natale. Pronte a correre giù dal letto, per scoprire se li fuori fosse tutto cambiato o rimasto immobile ai primi di marzo.

“Da domani possiamo uscire, sai?”
“Ma dove? Fuori dal cancello?”
“Si, rimarremo qui vicino, poi, se si potrà, faremo anche un giro in bicicletta, nei prossimi giorni”
“Ma perché si può, mamma? Il virus non c’è più, possiamo andare al parco, sui giochi, dai nonni?”

Fremevo all’idea di far assaporare un pezzettino di libertà.

Non mi lamento di quel che ci viene concesso, perché so che, se anziché lamentarci, ci attenessimo tutti alle regole e al buon senso (ci fossimo attenuti già ai tempi delle settimane bianche di carnevale), non avremmo bisogno di tanti limiti.

Non mi lamento e mi voglio godere quel poco che abbiamo, nella speranza che dal poco si possa arrivare anche al parco, alle altalene, e anche ai nonni lontani 800 km.

Fremevo, come pensavo fremessero loro. Ma loro non ragionano come pensiamo noi.

“No, mamma. Oggi non c’è il sole. No, mamma, io sto bene anche a casa”

E le trascino fuori quasi a forza, come se facessero un piacere a me. Pian piano riconquistano spazio. Ma non è lo stesso di prima, no.

Pochi metri ma avvertimenti continui: non andare lì, che c’è gente; non ti avvicinare a quel bambino; non toccare lì; aspetta, puliamo bene le mani; disinfettiamo la palla; no, il gelato non possiamo prenderlo, in giro, semmai lo ordiniamo.

“Mamma, è quella la polizia? Anche loro portano la mascherina, allora. Io la devo portare o no, quando me la compri?”

È tutto lo stesso di prima là fuori, i cantieri sono rimasti come li avevamo lasciati, anche molte saracinesche. Eppure è tutto diverso.

Qualcuno ci scansa, non appena attraversiamo la strada, per stare all’ombra, si ferma, anche se a separarci ci sono molti, ma molti di più, di 2 metri. Avverto la paura verso i bambini oppure è solo un’ impressione dopo tutta la disinformazione di cui ci siamo alimentati e tutte le cattiverie che abbiamo contribuito a diffondere, sempre patteggiando a schiere opposte, come ormai è consuetudine sui social.

Fremevo all’idea di poter uscire con le mie figlie. E lo abbiamo fatto. Siamo uscite. Pochi metri da casa, quasi dovessimo abituarci di nuovo a camminare, a muoverci. Non ho ancora capito come sia andata, se c’è stata felicità in un misto di curiosità e ansia. Non lo so. Ma è l’inizio di qualcosa, va bene così.

Perché è inutile illudersi sia tutto come prima, una continuazione del prima. Ormai ci aspetta un inizio e non si sa come sarà, fino a quando non ricominceremo a camminare.


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http://statodigraziaachi.com/

L’autrice in parole telegrafiche: Donna, stop. Annata 1977, stop. Razza Caucasica, come direbbero in un poliziesco americano, stop. Status pro-tempore Pugliese prestata alla Regione Lombardia, stop.

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