I bambini dormono. Poi…

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i bambini dormono.. e poi?

E per la prima volta ci ritroviamo a pronunciare l’impronunciabile: “Vado a svegliare la piccola.”

Vado a svegliare mia figlia.

– E a noi che ce frega?

Care mamme, a voi frega eccome, perché questa semplice proposizione – “Vado a svegliare mia figlia” – dimostra una verità inverosimile: i bambini, prima o poi, dormono.

Giuro.

La sua storia la sapete (no?). Eccola: Isabelle nasce occipito-posteriore, che vuol dire con la faccia che guarda il soffitto (o il cielo, per i più romantici) dopo immense fatiche al Buzzi di Milano, dove non avevano capito che era girata male (ma su questo tornerò un’altra volta). Insomma la prima parola che la mia figliola si è buscata da una madre un po’ troppo provata è stata: “Bastardina.”

Quella notte ormai sono già le tre quando ci portano in camera, e lei in effetti dorme abbastanza, come spesso accade ai neonati le primissime ore. Io no, io guardo in giro, aspetto l’alba, aspetto che portino in stanza quell’altra che mi han detto deve venire. Bene: non lo sapevo, ma quella sarebbe stata l’unica volta che Isabelle dormiva e io no.

Di lì in poi i ruoli sarebbero stati immancabilmente, irrimediabilmente, capovolti.

Tu che c’hai il figlio che manco una notte ti ha importunato, ti prego molla qui e sfoltisci il pubblico. Che qui si parla di drammi seri.

Allora sarà perché è nata girata (forse non solo di testa?), o perché ho battezzato i suoi primi attimi con quell’appellativo poco romantico, ma la piccola me l’ha fatta pagare per mesi e mesi. Tredici, a dirla tutta. La svolta avviene una sera, che mio marito propone di esiliarla in cucina: lettino, lavapiatti che ancora culla le ore, e via. Da quella notte coraggiosa, mai più una veglia. Vallo a capire.

Poi al mattino alle sette era su con un guizzo, appena ci sentiva entrare per preparare la colazione. Di norma snobbava il padre, aspettava me scalpitante come un cavallo prima di una gara.

Certo ogni cambiamento di luogo e di letto rimetteva un po’ in discussione le cose, e anche i suoi ritmi andavano in vacanza. Oppure i dentini: se madre natura avesse provveduto a un solo, mega-dente, forse sarebbe stato più facile. Invece ne spuntano uno via l’altro, giusto per movimentare la pallosa routine genitoriale. E che dire dei malanni? Superare indenni gli sbalzi causati dalle influenze è come saltare nei cerchi infuocati del circo.

Però, insomma, a un certo punto siamo in vacanza in una casa mai vista, arriva la mattina che sono le dieci, gli altri stanno già facendo colazione. Lei, la turbolenza di casa, dorme in una camera tutta sua perché qui ce ne sono a sufficienza (senza dover ricorrere alla cucina), e ancora non fiata.

E per la prima volta ci ritroviamo a pronunciare l’impronunciabile: “Vado a svegliare la Isabelle.”

E fu solo l’inizio. Normalmente mi capita quasi tutti i giorni. A volte aspetto si svegli, ché la casa muta fa un po’ tristezza, altre devo tirarla su io con la gru, per correre a prendere gli altri due a scuola.

Prima o poi lo capiscono, che dormire è un privilegio, non una punizione. A te non resta che guardarli beati, e poi sorridere un po’ intenerita e un po’ orgogliosa per la rivalsa, quando li prendi a peso morto dal letto perché è ora di alzarsi.

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