Un giorno di ordinaria follia visto da madre e bebè

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un giorno di ordinaria follia per mamma e bebè

Avete mai provato a vedere le cose dal suo punto di vista?

Ecco una giornata variamente delirante vista da madre e bebè.

Ore 5.45

Due sagome a letto: Mathias è di schiena, si è tirato su la coperta (inutile che faccia finta che faccia caldo: sospetto che attenda la notte inoltrata per coprirsi, per non darmela vinta ammettendo che una coperta, in effetti, ci vuole…). Io sto sognando la trama di un romanzo che non avrò mai il tempo di scrivere. Gli altri dormono.

 

Mi giro nella culla, stiracchio le gambe. Ho un sonno pazzesco, ma… cos’è quella luce fioca e rosata che arriva dalle tende? Ah, sì: è mattina!

Ore 6.00

Cazzo, ecco: è sveglia!

 

 

 

Gioco coi piedini. Mi giro a pancia sotto e rimango incastrata così, come un insetto al contrario. Per passare il tempo in attesa che qualcuno si accorga di me faccio qualche gorgheggio.

Siccome non piange potrei lasciarla dov’è, ma ci tiene svegli con la sua voce acuta. D’altro canto che senso ha aspettare che pianga? Non si riaddormenterà mai. Tanto vale attaccarla.

Che merda, tutti i giorni la stessa storia.

 

Che bello, comincia una nuova giornata!

Mi posiziono per l’aggancio. Mathias la preleva e la depone dove tetta prevede. Senza scompigliare il silenzio né eccitare la piccola, il tutto avviene nella più sterile inespressività possibile. Semmai con malcelato disgusto. Ciao! Sorrido. Papi, perché non sorridi anche tu? Mamma, chiacchiero. Mamma, di solito ti piace quando vocalizzo: perché se vi faccio le feste a quest’ora non va bene?
Non era fame. Non ho fame.
Si riappisola al seno. Mathias si è riaddormentato. L’unica scema che non dorme sono io. Ronf.
Allora la rimetto giù. Ciao mamma, mi metti di nuovo qui?
Ore 9.00

La porto in camera per il sonnellino. Entriamo, inizio a cantare la ninna nanna che le cantiamo sempre, come rito per il sonno. Sbadiglia da mezz’ora ed è nervosa. È stanchissima.

 

Ecco, tutti i giorni la solita storia: non ho nessuna voglia di dormire. E non ho neanche sonno.

Finisco di cantare nonostante già pianga (so che ha capito cosa seguirà, ma procedo incurante). La metto giù, le tengo il ciuccio, le faccio due carezze. E tu dove credi di andare, scusa?
Piange. Ritorno. Eccoti.
Ripeto un numero imprecisato di volte. Torno sempre. Non ho capito perché continua ad andare via.
Ore 9.40

Finalmente dorme.

 

Ronf.

Ore 10.15

La sento. Forse è solo un’impressione, ma mi sembra di sentirla.

 

Gh, gh, gh… Uààà, uààà, gnaaa, gneee.

Ore 10.30

Dopo un quarto d’ora di buon umore, la piccola scivola malamente nel pianto. Non si riaddormenta. Non sia mai. Ci provo io?

Accorro: “Sttt… non riesci a dormire, poverina? Hai male al pancino? Hai male ai dentini? Ti aiuto io, ti aiuta la tua mamma…” La riposiziono, le do ciuccio, fazzoletto da succhiare, doudou e resto lì, la cervicale che grida, la tendina della culla che inutilmente cerca di donare raccoglimento a entrambe.

 

Sei venuta a prendermi?

Ah no?

Non ho mal di pancia, non ho mal di denti, sono solo stufa.

Ore 11.00

Pace. Ormai è ora di mangiare per lei. Forse ha anche fame, magari è per questo che non si è riaddormentata.

 

Allora… apri le tende, apri la finestra, mi prendi: ma allora vuol dire che non si dorme più. Ho vinto, sono salva!

Sul divano ci accomodiamo.

Il pc aperto in cucina, ronza mail rimaste incompiute. Lo stendino davanti a noi: metà roba stesa, l’altra metà nel secchio ancora da stendere. Il cellulare ha una chiamata persa che scoprirò tra un paio d’ore (o di giorni). Devo ancora vestirmi. Ho gli occhiali. Le occhiaie. I capelli a forma di ananas.

 

È sempre bella, la mia mamma. La guardo. Guardo anche intorno. Mi piace ritrovare tutto come sempre.

Mangia, però, adesso, Isabelle! Mangia! Oh… lo stendino! Oh… la luce della lampada. Aspetta, là che cosa c’è? Ah, sì, la finestra. Mi giro un po’ così la vedo meglio. E poi le rose del divano. Aspetta…
Ore 11.30

In piedi, le mani salde sullo schienale di sto divano che, mistero, cattura tutta la sua attenzione. Lei. Io mi sto innervosendo perché non c’è stato modo di farla mangiare come si deve. “Fammi un ruttino, e non se ne parla più”.

 

Burp.

Ore 13.00

Stesso rito, stessa stanza, stessa scena: è ora di dormire.

 

Di nuovo?!

 

Ore 18.00

Piange. Ha finito le attività. Io ho finito le idee. Ha dormito mezz’ora. Ovviamente è stanca. Ovviamente ho insistito. Ovviamente senza successo. Poi ha giocato con la palestrina, è stata sulla sdraietta, per terra, a spasso per prendere i fratelli a scuola alle 4, al parco giochi. Mi resta la pianola. La tengo di scorta quando ho finito le proposte.

 

Mi sento nervosa. Non so perché. Meno male che adesso mi danno la pianola. Ci sbatto le mani a caso, qualche suono esce sempre.

Ore 20.10

Le ho dato il latte un’ora fa. Non dorme da quasi 7 ore. Di solito in qualche modo reggiamo, arriviamo alla pianola per la cena. Sta volta ce la siamo già giocati. Mathias se la prende in braccio (la piccola, non la pianola).

 

Accidenti, ma da qui si vede tutto! Mica come dalla sdraietta o dal pavimento!

 

Mathias si gira di sbieco: “Non la sopporto più, non si può mangiare con lei!

Mi è passato il nervoso: mi diletto con la ceramica fredda dei piatti, le macchie di sugo che produco infilando le mani nel piatto di papà, le briciole del biscotto che mi ha dato sognando che bastasse a farmi stare ferma. Ma se ti lamenti o mi sposti tutte le stoviglie, papà, mi torna il nervoso!
Ore 20.20

Basta, la mettiamo a letto: Ha troppo sonno e non ha fame.

 

Perché stasera non mi addormenti al seno?

Ore 21.00

Sta ancora urlando. Abbiamo passato quaranta minuti a turno, succhia il fazzoletto con forza inquietante: “Oddio, ma stai così male? Hai fame o sete?

Si placa. No, s’irrigidisce di nuovo. Allora che fai, dormi o no? Devi dormire!

Ma perché devi farmi impazzire proprio oggi che è stata una giornata più difficile del solito?

 

Non riesco a dormire. Non so se sono solo triste, o se non voglio e basta. Ma perché si arrabbiano tanto, proprio oggi che è stata una giornata più difficile del solito?

 

E ora, mentre cerco l’empatia con la piccola, inseguendo in questo post il suo punto di vista… quella, dal basso, balbetta giocando coi suoni: “na-n-na”.

Nanna? Non può essere nanna, la tua prima parola!

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