Mamme: nulla si dimentica. Eppure tutto passa

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Cercavo altro. Ho aperto quel cassetto del tavolo della cucina sempre nascosto dalla tovaglia cerata, e c’era un fascicoletto di fogli pinzettati insieme. Alcuni erano incollati in serie con lo scotch, aprendoli facevano mezzo metro. Mezzo metro di lotte.

Era il giugno di due anni fa, stavamo provando il metodo EASY.

Non ho dimenticato il primo anno di Isabelle. Dicono che si dimentica: tutto. Il travaglio, il dolore del parto, le difficoltà dei primi tempi. Non è vero: credetemi. Fa come fanno le cose grandi, come le grandi rocce: si levigano e basta.

Studiavamo tutto il giorno, avevamo scaricato da internet a pagamento tutti i consigli della Hogg. Cominciai a segnare, su un foglio A4 dopo l’altro: l’ora della poppata, quella della messa a letto, del risveglio. Dei tentativi falliti. Evidenziavo in giallo i simboli: E per eat, S per sleep. La A di activity era inutile segnarla, YOU, poi, era inesistente.

YOU ero io che studiavo ancora, e poi piangevo per la fatica, e poi tornavo di là a prenderla, e riprovavo a farla dormire, e non riuscivo. Allora la attaccavo al seno e in quel momento mi sentivo una madre di merda, fallita, perché sapevo di mandare a mia figlia segnali contraddittori: si dorme senza tetta, no, dormi con la tetta, no, non vuoi dormire? Allora andiamo in salotto, ci proviamo più tardi, ma allora non rispetto gli orari, la routine. Allora non creo le basi solide per una buona abitudine. E smettila di piangere, ce la sto mettendo tutta. Adesso comunque devo uscire, ormai è ora di prendere i tuoi fratelli a scuola.

Gli altri due erano ancora piccoli, li prendevo alla materna, Isabelle si appisolava nel passeggino. Allora di corsa a casa, fate silenzio, su, svelti. Li buttavo a letto anche loro: finché dormiva anche lei. Che lasciavo nel passeggino, figurati se la prendo e la sposto, la lascio lì, sbottono la giacca e basta. Mi butto a letto anch’io, mi sbrigo, buona nanna bimbi, a dopo, ciao.

Uscivo dalla loro stanza e lanciavo un occhio: la trovavo sveglia. In quel maledettissimo passeggino. Con la sua maledettissima giacca sbottonata. Con le mie cure inutili, che la prossima volta non ci casco più. Poi la volta dopo facevo uguale. Anche se non funzionava. Ci speri sempre. Come la bicicletta, pensi: io pedalo e prima o poi sto su, quella gira le sue ruote e smette di barcollare, e io smetto di cadere.

Non lo nascondo: si fa più fatica ad amare un figlio che ti fa impazzire. Che ti fa piangere ogni giorno. Anche se ne hai già avuti due, hai superato mille cose, sei una mamma da anni, che cosa vuoi che sia? E invece.

Un altro plico, lo stesso cassetto: l’allattamento di Sarah, tre anni prima. Ma se non succhia bene quanto devo insistere? Ciuccia piano: il latte si forma lo stesso? Anche se non svuota bene il seno? Lei invece dormiva sempre. Non aveva mai fame. Tanto quello che impari con un figlio lo disimpari con il successivo.

Eppure.

In qualche modo sono arrivata fin qua. Resto a guardare quei fogli e sento un’incredibile tenerezza. Non tornerei indietro. Però li carezzo come una stupida.

In qualche modo sono arrivata fin qui.

Restano storie da raccontare. Il resto va. Ce l’ho fatta.


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Mi chiamo Maddalena Capra, ho tentato di convertire il mio cognome nel più affascinante Lebout sposando un francese (altrettanto affascinante) ma ho dovuto prendere miseramente atto che in Italia si utilizza sempre il cognome da nubile. Divido le giornate tra i miei 3 figli, un blog sentimentale, ironico e irriverente quanto me e altre forme di scrittura. In equilibrio precario ma felice. Credo: nei bambini, nel potere della parola, nelle gioie improvvise. La migliore cosa che mi sia mai detta da sola: “Il destino è una pagina scritta. Finché non scopri che puoi girarla. E che dietro è bianca.”

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Ho un bimbo · Mamme Blogger

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