Mamme e Figli: “Arrivare a Sera”

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Patrick è nato in Francia. Non avevo nessuno. Nessun parente vicino, nessun amico. Niente. C’erano giornate in cui il tempo era scandito unicamente dal seno e dal sonno. Il suo, il mio. Giornate che volevo fosse sera. E, quando era sera, volevo fosse mattina. Giornate in cui piangeva, lo infilavo nel marsupio a fascia, una grande benda a strisce arancio, colori vivaci, portatori di allegria. Cercavo anch’io, la mia allegria. Sotto non avevo avuto il tempo di infilare le braghe, quelle vere. Avevo un paio di fuseaux da casa, il più delle volte. E fuori. Via, si va. Così magari smetti di piangere.

Facevo fatica. Una fatica logora, senza slancio. C’erano pomeriggi che mi chiedevo: cosa devo farci, io, con questo bambino? Addormentarlo in giro e poi allattarlo, sopravvivere. Lui, io. Resistere. È questo, che devo fare?

Lo chiedo a mia madre. Lui è già lì, affogato in quelle strisce color tramonto. Sono già pronta, è il primo pomeriggio, troppo presto per sedermi alla tv, guardare quel programma di canzoni che mi piace, che invidio quella biondina ultra figa e giovane, che insegue le sue aspirazioni. Sono già pronta. I primi giri erano romantici, avevo l’impazienza buona, dentro. Poi la novità passa. Adesso l’istinto a uscire mi butta fuori come un calcio in culo. Resistere.

– Che senso ha? Cioè, voglio dire… Io esco, cammino, così lui dorme, se dorme. Certe volte piange così tanto che penso solo ad arrivare a sera, non c’è nessun piacere, niente. Solo arrivare a sera.

Ma lui impara. Sempre. Anche quando non lo sai.

Mia madre. Quella donna algida, incapace di empatia. Adesso era ottocento chilometri lontana. Però era tutta lì, infilata nel mio cellulare. E sapeva di buono.

Andammo avanti a parlare. Così a lungo che sudavo con quel bambino addosso. In fondo avevo tempo. Tanto tempo da lasciare andare, da prendere per me, anche in quel modo, anche così. Senza potermi dimenticare di essere madre, ma rincasando un po’ nella voce della mia.

Poi presi la porta, scesi le scale, uscii fuori. Nel mondo che non sa nulla. Che ti guarda e sorride. Che non vede i tuoi occhi rossi dietro gli occhiali da sole.

Ho camminato tanto con lui. Tanto coi miei figli. Ed è sempre stata una buona cura. Anche le volte che sembrava una fuga. Anche quando non avevo meta. Credevo di non averla.

Invece stavamo andando verso di noi. Lui assorbiva i suoni, le strade, gli odori. Il mio cuore, il mio petto, la mia pelle.

Si continua a nascere, anche se può essere difficile. Forse i primi tempi sono una seconda gravidanza: un ventre che deve fare spazio a un essere che non conosciamo, a una donna che non siamo mai state. Passo dopo passo.

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