Figlio maschio o figlia femmina? Come stanno cambiando le preferenze dei genitori

4 marzo 2026 –

Per generazioni, in moltissime culture, la domanda “Sarà maschio o femmina?” non era solo curiosità: era un’aspettativa sociale. Il figlio maschio era visto come “erede”, continuatore del cognome, sostegno economico e garanzia per il futuro. Oggi, però, qualcosa si sta muovendo: in diversi Paesi sta emergendo (almeno nei desideri dichiarati) una maggiore preferenza per le figlie femmine. In Italia, invece, la tendenza sembra più stabile: la preferenza per il maschio, pur meno esplicita, continua a riaffiorare.

Parlarne non significa giudicare le famiglie. Significa riconoscere che i desideri non nascono nel vuoto: sono influenzati da storia, cultura, aspettative di genere, paure e stereotipi che spesso respiramo senza accorgercene.

Perché per secoli il maschio è stato “più desiderato”

In società patriarcali, la preferenza per i maschi aveva basi molto concrete: il potere, la proprietà e l’eredità passavano quasi sempre per linea maschile. Le figlie, al contrario, erano spesso percepite come un “costo”: in alcune epoche e contesti, le donne non potevano ereditare, non accedevano alla vita pubblica e, in caso di matrimonio, era richiesta una dote.

Già nell’antica Grecia, come raccontano diverse ricostruzioni storiche, la nascita di una bambina poteva essere vissuta come un peso economico e sociale. Non era (solo) mancanza d’amore: era un sistema che dava alle femmine meno diritti e meno possibilità, e che quindi trasformava la loro esistenza in una “variabile” da gestire.

Questa radice storica è importante perché ci aiuta a capire una cosa: la preferenza per un sesso non è “naturale”. È spesso il riflesso di un mondo organizzato in modo diseguale.

Dagli anni Ottanta: la tecnologia e il lato oscuro della “scelta”

Con la diffusione dell’ecografia e la possibilità di conoscere prima il sesso del feto, dagli anni Ottanta sono stati documentati in vari Paesi casi di aborti selettivi legati al sesso biologico. In contesti dove il maschio veniva considerato socialmente ed economicamente più “vantaggioso”, scoprire di aspettare una bambina poteva portare alcune famiglie a interrompere la gravidanza.

Questo fenomeno è stato osservato soprattutto in Paesi dove esistevano forti pressioni sociali e, in alcuni casi, politiche demografiche restrittive (come la politica del figlio unico in Cina). Il risultato, in certe aree del mondo, è stato uno squilibrio tra nascite maschili e femminili, con conseguenze sociali a lungo termine.

Oggi: in alcuni Paesi cresce il desiderio di avere figlie

La novità degli ultimi anni non è un “capovolgimento” numerico (non si vede un eccesso di nascite femminili), ma un cambiamento più sottile: nelle indagini e nelle preferenze espresse, in Paesi come Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti, è diventato più comune dichiarare di desiderare una figlia.

Le motivazioni ipotizzate sono diverse, e non tutte “positive” come sembrano:

  • Paure e stereotipi sui maschi di oggi: alcune persone dicono di sentirsi più in difficoltà a crescere un maschio in una società percepita come più aggressiva, competitiva o polarizzata.
  • Idea che “le femmine siano più facili”: uno stereotipo molto diffuso, che rischia però di caricare le bambine di aspettative (brave, composte, responsabili) e di giustificare meno attenzione educativa sui maschi.
  • Aspettativa di cura verso i genitori anziani: in alcune ricerche emerge anche l’idea che le figlie femmine siano “più portate” ad assistere i genitori in futuro. Ma anche questo è un pregiudizio: significa dare per scontato che la cura sia compito delle donne.

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In altre parole: anche quando la preferenza sembra spostarsi verso le bambine, spesso si appoggia ancora a ruoli di genere tradizionali.

E in Italia? La preferenza per il maschio resiste (anche se spesso non si dice)

In Italia, secondo ricerche recenti sugli ideali di famiglia, la preferenza per avere un figlio maschio rimane presente, soprattutto quando si immagina di avere un figlio solo. Un aspetto interessante emerso in alcune analisi è che le coppie con ruoli di genere più tradizionali e una prima figlia femmina tenderebbero più spesso a cercare un secondo figlio, talvolta anche nella speranza di avere un maschio.

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C’è però un dato che apre uno spiraglio importante: questa preferenza tende a ridursi tra chi ha avuto una sorella o ha già una figlia. Come se l’esperienza reale, quotidiana, facesse cadere la “narrazione” astratta. Quando un volto e una relazione prendono il posto degli stereotipi, molte convinzioni si sciolgono.

Cosa c’entra tutto questo con la maternità (e con la libertà di desiderare)?

Se stai aspettando un bambino o una bambina, o se stai pensando a un figlio, è normale avere desideri, immaginare scenari, proiettare sogni. Il punto non è “non desiderare”, ma chiedersi con dolcezza:

  • Da dove viene questo desiderio?
  • È mio, o è qualcosa che ho sentito da altri per anni?
  • Cosa mi aspetto da un maschio o da una femmina?
  • Sto associando caratteristiche (forza, dolcezza, indipendenza, fragilità) al genere, invece che alla persona?

La verità è che ogni bambino è un mondo a sé. E spesso la maternità (e la genitorialità tutta) ci insegna proprio questo: lasciare spazio alla persona che arriva, non al ruolo che avevamo immaginato.

Come si cambia davvero: meno stereotipi, più possibilità per tutti

Il modo più efficace per ridurre le preferenze legate al sesso non è “convincere” le famiglie a desiderare in un certo modo. È rendere la società più equa, così che crescere una figlia o un figlio non sembri portare con sé destini diversi.

Significa:

  • educare maschi e femmine alla cura, al rispetto, alle emozioni e all’autonomia;
  • sostenere davvero la genitorialità (con servizi, lavoro, congedi, rete);
  • smettere di trattare i bambini come “promesse” di ruolo (il protettore, la principessa, l’erede, la brava bambina).

Quando i ruoli non sono più rigidi, anche i desideri diventano più liberi.

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