È adesso tutto, ogni cosa. È adesso la mail che devi scrivere. È adesso il cellulare che vibra. Il bucato da stendere, la notizia da leggere, il tavolo da apparecchiare, la cena da cucinare.

Viene di qua, tuo figlio, trascina una scatola per il manico di plastica. Gli dici “ciao” per dargli retta, mentre lo guardi storto. Ribatte ciao, supera l’uscio e se ne va. Ti lascia in pace.
Meriti due minuti per te, vai a farti una doccia, gli accendi un giro di cartoni alla tv. Meriti una crema, sul corpo: un altro cartone.

L’altro si è svegliato, non corri più come facevi col primo: hai imparato che sopravvive, non muore se per un attimo si sgola. Ti fa pena ma ti fai pena anche tu, dici di più non posso, di più non ce la faccio. Lo raccogli dal nido di una culla, lo metti al seno. Hai cambiato canale in tv, adesso, hai messo Grey’s Anatomy.
A volte ti piace allattarlo, sentire come risuona il suo succhiare, sembrano baci anche se non sa baciare. Altre sei solo stanca, ti annoi, e allora un po’ ti accerti che sia attaccato bene. Un po’guardi Shepherd. Te ne approfitti che il grande si è ripreso quella scatola, stai già cercando di non pensare a nulla. E invece quello inciampa nel tappeto perché veniva veloce, e di colpo è un grido secco.

E che diamine, non un minuto di pace, bastava stare attenti, “perché non sei stato attento?!” tuoni.
Lui piange ancora di più, due mali uno dopo l’altro: il tappeto, prima. Adesso: tu.
È che aveva fretta, ci pensi dopo, che i bambini corrono dietro alle idee, non vedono mica i tappeti. Non vedono, spesso, nemmeno la fatica delle madri.

E tu non puoi diradare le cose, pensi a quando sarà più autonomo, quando varrà qualcosa questo essere fratelli, e si faranno compagnia e potrai essere tu e non solo questa-che-adesso-grida.

Perché è adesso tutto, tuo marito in ritardo, il piccolo che come lo stacchi piange, la pasta sul fuoco, il disordine del giorno. L’altro che ha fame, che devi consolarlo anche se ti ha innervosito, e poi sbrigarti, metterli a letto, dormire poco, ricominciare.

A volte è un cerchio stretto, questo essere madre: i bambini non lo capiscono. Chiedono senza tregua, piangono senza ritegno, reclamano, disfano, disturbano.

Ma quanto durerà?
Quanto durerà un succo versato, un altro carico di lavatrice, un neonato al seno, un tappeto dispettoso? Quanto durerà che quel tuo bacio aggiusti tutto, che con un gesto diventi Dio? Che sei Dio anche se non fai nulla, perché la verità è che sei Dio lo stesso, sei “Dio”, adesso. E allora vestilo quel niente, quel poco. Adesso che puoi.

Non puoi esserci sempre, ma sii dentro a quello che gli dai. Non fare tutto per lui, ma dai tutto quando fai qualcosa. Non un ritaglio, ma un tempo. Non un conforto distratto, ma l’attenzione totale che ti ricordi quanto sei importante.

Non perché lo merita tuo figlio: lo meriti anche tu.
Meriti te stessa. Ma meriti anche lui. Il suo tempo, il suo modo di esserci, così com’è. Di mancargli, di chiamarti e volerti fino a pretenderti. Meriti il suo amore assillante.

 

7 commenti

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  1. Ma sai che questo tuo pezzo l’avevo già letto e mi aveva emozionato tanto? Forse è il primo post che ho letto! Bellissimo, toccante e denso allora leggerlo, e oggi rileggerlo conoscendoti un pochino in più! un abbraccio

    • Quindi eri già venuta qui prima di conoscermi e ora mi rileggi… mi fa molto piacere, e grazie mille per le tue parole!

    • Devo ricordarmelo anch’io, quello che scrivo sotto barbiturici 😉 Scherzo, ma è vero, a volte non pensiamo che a perderci siamo anche noi, e che in fondo ha qualcosa di pazzesca la divinità che ci assegnano (temporaneamente), anche se assillanti.