Sono diventata madre al terzo figlio

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Vi ho scritto di viziare i figli, di seguire l’istinto, di accordarvi a quel piccolo cucciolo, lasciare indietro il resto, i pregiudizi… Eppure non sempre è “tutto”, è “subito.” Come in molte cose della vita il tempo ci cambia, è un tempo necessario.

Mi riguardo indietro e mi accorgo che molte cose le rifarei, ma altre le farei diversamente. Non per le preferenze che do a un figlio rispetto agli altri, ma perché la maternità ha un suo modo di formarsi, di riconoscersi pian piano.

Incinta di Sarah iscrissi Patrick al Centro Prima Infanzia, una specie di nido, anche se non lavoravo. Mio marito lo portava tre pomeriggi a settimana, dei due rimanenti uno lo passavo dai miei, l’altro ero a casa: io, e due figli. Un solo giorno: e mi sembrava un’impresa titanica.

È l’unico che abbia avuto quell’esperienza, non ho mai pensato di mandarci Sarah. Stringo Isabelle nelle mie ore come un tesoro inespugnabile. Nei giorni di vacanza ho tre bambini a casa, sclero, lo dico, crollo, riparto.

Ho tenuto il primo figlio a dormire nel lettone per una decina di giorni, appena nato: solo perché cresceva poco, dovevo essere sicura di allattarlo tempestivamente appena possibile. Gli altri li ho tenuti almeno due mesi, con me. Ho allattato i primi due, un anno e mezzo, la terza fino quasi ai quattro.

Ho preteso dal primo obbedienza quando aveva solo diciotto mesi, ricordo sgridate che ora riservo ai grandi. Mi rivedo: impacciata, arcigna, convinta di quelle convinzioni che ti imponi, perché non puoi sentirti incapace.

Facevo quello che sapevo, quello che avevo imparato vedendo mia madre, sentendo dire.

Cullavo mio figlio e me lo tenevo addosso tanto, tantissimo tempo, ma c’era sempre un laccio a impedirmi la deriva, eravamo due anime vicinissime. Ma due.

Ci sono stati giorni che lo lasciavo ai nonni, le prime volte sentivo un piccolo buco, una specie di nostalgia, forse un senso di colpa. Poi addomesticavo quest’amarezza, divenne normale, come normali diventano molte abitudini. Al terzo figlio non sento più questo bisogno, trovo altri modi di farmi spazio, sono una madre che si è intrecciata ai figli e in fondo non si disfa mai.

Sono una madre al contrario di quello che si pensa: sono diventata più sicura, ho perso certe ansie, certe premure sciocche come tutte, gli acquisti inutili, lo svezzamento con mille attenzioni, le apprensioni per un malanno, un ginocchio sbucciato, una notte che chiama dall’altra stanza per quei mostri che non passano mai.

Si diventa più veloci, abbiamo scaldato i muscoli negli anni e adesso sappiamo distinguere le gare, dove correre e dove si può attendere. Sappiamo cosa aspettarci, e non lo sappiamo mai, perché ogni figlio rifà tutto a modo suo…

Ma sono più madre adesso, nelle mie amnesie, nella famiglia più grande, nelle attenzioni da dividere, di quanto non fossi prima: un figlio dopo l’altro ho aumentato il contatto, la presenza si è addolcita, le pretese si sono acquietate. Solo adesso somiglio alla madre che sono.

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