Arriva il secondo bimbo… “Amerò anche te?”

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Secondo bambino amerò anche te

Una mamma scrive sui social. Avanza cauta una domanda che definisce “stupida”: riuscirò ad amare il figlio in arrivo quanto il primogenito? Nessuna giudica, si affollano i ma certo, anche di più. Ci penso un po’.

Il mio primo pensiero è: questa domanda non è per niente stupida.

Lo sappiamo, l’abbiamo già visto, cosa vuol dire diventare mamma. Come sbaragli tutto, come trovi l’amore e allora ti chiedi ma io che diavolo mai credevo di sapere sull’argomento? Perché pensavi di aver amato, ami, amerai, ma quando viene un figlio l’amore ricomincia da zero. Però mica ti convince del tutto, questa cosa. Anzi. È proprio il miracolo che ora ti lascia in braghe di tela.

Io non posso amare di nuovo così. Non posso amare un altro con la stessa follia.

I nuovi equilibri sono sempre duri. La giostra gira, sale un nuovo cuore, qualcuno rallenta, qualcuno ha paura.

Il grande ha il suo vantaggio: vi siete conosciuti, vi appartenete. Quanti occhi gli hai visto chiudere, quante bocche spalancarsi per un sorriso, per il rancio? Quante guance rossarsi per una febbre o una corsa. Quante corse ha già fatto, e sgretolava il mondo. Tu stai lì, accovacciata e minuscola, e quello ti arriva addosso come il mare grosso, ti si ingoia in un fiato solo. E a quella donnina che ti credevi adesso sembra che le spuntano le ali.

Quante notti te lo sei tirato sotto il piumone? Quanti ginocchi sbucciati hai baciato? Quante volte hai fatto il suo nome, scandito per insegnarglielo, sussurrato per rassicurarlo, gridato per riprenderlo. Quanti modi avete, insieme, vostri e vostri soltanto? Nasi a toccarsi, quella fiaba che leggi col vocione del lupo, le faccine di vapore sui vetri quando fuori è inverno, quella fontana dove lo porti a bere, sempre, quando invece è estate. Le vacanze, il bagagliaio pieno.

Ogni cosa è cominciata con lui. Perfino tu.

Il piccolo avrà gli oggetti di seconda mano, un paio di cose nuove, dono dei parenti, e poi lo stesso passeggino, la culla, il lettino con le sbarre. Gli stessi bavaglini, il carillon, il seggiolino della macchina. Dove non ha viaggiato, dove avrà fatto solo il tragitto dall’ospedale a casa, appena nato. Dove non ha lasciato briciole, rigurgiti, bagagli e storie. Né voci dal sedile di dietro, né parole.

Però ti obbligherà coi suoi 50 centimetri a un’attrazione fatale. Che non è amore, forse, non subito, ma ti raccoglierà su di lui come una conchiglia.

Passerà una settimana, ne passeranno due. Il suo nome comincerà a girare per la casa. Cominceranno piccole cose. Un movimento, una buffa abitudine, come si raschia la gola, come piega le gambe. La prime volte di tutto, il primo sorriso, il primo oggetto in mano.

Ci vorrà il suo tempo. Il tempo che sempre ci vuole. Come ce n’è voluto per il primo. Costruire dal niente. E sarà così diverso, e sarà così da capo, che non saprai come né perché, eppure ti stupirai di nuovo. Penserai ormai lo sapevo, quanto si ama un figlio. E invece: ti stupirai di nuovo.

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