Mamma e neonato: quando incomincia l’amore?

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Certi amori te li porti dentro per tutta la gestazione e poi fuori, nel parto, in un viaggio fluido, continuo e incantato. Altre volte l’amore si ferma, come un travaglio inefficace.

Ho amato Sarah Gaia da subito. Come si vede nei film, come si legge nei libri. Era il secondo figlio. Era la prima femmina. E io lo sapevo.

Giravo per la città che dentro mi sembrava di avere il Natale. In ogni stagione. Quando alla morfologica mi hanno confermato che era femmina non sapevo crederci. Non volevo fidarmi del mio istinto. Il dottore disegnò col gel una faccia coi capelli lunghi sul mio pancione. Patrick, il primogenito di nemmeno due anni, guardava.

Quando fu tempo di recarsi in ospedale, ancora, non seppi fidarmi del mio istinto. Arrivai tardi. Ci fu un gran trambusto, fretta, una visita al volo e subito giù, in sala parto.

Forse perché avevo imparato dal primo, e il corpo serba memoria. Forse perché col secondo è più facile. Forse perché lei e io, sempre, abbiamo un filo speciale, che viene come da un’altra vita: ma sapevo bene come direzionare le spinte, e sentivo che spingevamo insieme. Lei, da dentro. Io, dal mondo. Uscì fuori e non ci fu nessuno stacco, nessun momento di sbandamento, adattamento, titubanza. Eravamo NOI. Noi due, le stesse di quei nove mesi. L’ho riconosciuta subito, Sarah. Era come se da sempre l’avessi attesa, conosciuta e amata.

Ancora adesso, che ha sei anni, ci capita di pensare o dire le stesse cose nello stesso momento. Di capirci senza parole. La guardo e credo quasi che in un’altra vita c’eravamo già conosciute. E in parte è così: ci siamo conosciute in quell’altra vita che è la gravidanza.

Prima di lei, Patrick, fu un attimo di sordità nella sala parto. Non è stato altrettanto facile. L’avevo amato, accudito, cresciuto dentro me stessa. Ma quando venne alla luce rimasi disorientata.

Chi era quel piccolo tutto sporco di vernice bianca, l’orecchio schiacciato, la testa un po’ storta, su un lato? Ci fu un grande stacco tra l’oggetto di un amore ancora immaginario, dentro il ventre, e quel cucciolo d’uomo che adesso mi prendevo in braccio, mi mettevo sulla pancia, al seno.

Ci vuole del tempo, conoscersi. Annusarsi. Scoprirsi. Fu come iniziare da zero, con lui.

Poi c’è Isabelle. Sono una madre esperta, quando tocca a lei. È il terzo figlio.

Avevo già fatto i conti con la maternità, con il travaglio, il parto. Ero già madre, non era un ruolo nuovo. Bastava continuare ad amare quella creatura.

Invece il travaglio fu difficile, il personale astioso, l’atmosfera gelata. Quando alla fine arrivò quella testolina perfettamente rotonda tra le mie gambe a me non era rimasto nulla. Nessuna scintilla. Nessuna energia. Seguirono grandi dolori e grandi fatiche.

Certi amori te li porti dentro per tutta la gestazione e poi fuori, nel parto, senza rottura, senza una sosta. In un viaggio fluido, continuo e incantato. Altre volte l’amore si ferma, come un travaglio inefficace. Resta sospeso un po’, tra quel feto che amavi, e il neonato che culli.

Non possiamo scegliere. Come non si scelgono i figli, quando incomincia l’amore. Possiamo solo sapere che di sicuro c’è, che arriva. Goccia a goccia. Oppure travolgente. E in entrambi i casi sarà unico.

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