Il congedo di paternità migliora l’apprendimento dei più piccoli

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I tempi sono cambiati e lo stereotipo tramandato da generazioni che vuole che sia solo compito delle madri stare a casa ad accudire i figli è superato: i papà del III millennio sono sempre più chiamati a svolgere un ruolo attivo nella cura e nella crescita dei figli. E, bando alle scuse: con l’introduzione del congedo di paternità non si può più fuggire di prima mattina per via di impegni in ufficio e di riunioni importanti e lasciare che i figli strillino solo nelle orecchie della mamma.

Il congedo di paternità, infatti, permette ai padri di assentarsi giustificatamente dal lavoro per accudire i figli: cambiare il pannolino e allattare il bebè non è più quindi un solo compito materno. Questa novità fa felici sicuramente le donne che, ovviamente, sono decisamente sollevate dinanzi all’idea di avere due braccia in più a darle una mano, ma non solo.

Secondo un recente rapporto pubblicato sull’Economist, infatti, i bambini che sono stati accuditi anche dai padri in tenera età raggiungono risultati più brillanti a scuola; sarebbe proprio la costante presenza domestica dei padri a fare la differenza: nelle famiglie in cui il padre aveva partecipato ai corsi pre-parto o era stato presente in sala parto i risultati non erano poi così positivi come in quelle in cui il papà si era messo a completa disposizione della famiglia.

Insomma, il congedo di paternità sarebbe una vera e propria manna dal cielo: oltre a far bene ai tassi di natalità, renderebbe meno gravoso il carico domestico delle donne e aiuterebbe i figli a essere più bravi a scuola.
Il problema, al momento, è che in Italia non è ancora uno strumento molto utilizzato, anche per la concezione tradizionale dei ruoli genitoriali: cambiare mentalità non sarà semplice, ma non è nemmeno una missione impossibile…

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Educazione/psicologia

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