Le prime volte di cui nessuno parla

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Molte di voi hanno figli ancora piccoli, alcune forse hanno feti ancora custoditi dal ventre. Molte di voi aspettano o hanno già celebrato con quell’entusiasmo che arriva dopo un’attesa o come una meraviglia improvvisa, le prime volte più significative: il primo dente che fora il sorriso, la prima parola che magari non è tale, che stai lì e pensi “l’ha detto!”, il primo passo senza la mano di nessuno, il primo compleanno, il primo giorno di scuola.

Eppure esistono prime volte di cui nessuno parla.

Il primo giro nel passeggino

Quel primo giorno che il neonato è fuori insieme a te sembra che tutta la città ti aspetti. Che tutti guardino.

Come quella volta che mio padre mi comprò le ballerine di vernice rossa e, anche se facevano un male cane, ero sicura che ogni passante non vedesse che quelle. O quando mi sono fatta il piercing al naso, o quando uscivo per le strade con una notizia che fa i salti mortali, negli occhi, o una mano innamorata nella mia.

Uscire per la prima volta col piccolo appena nato è l’incanto che ha superato la privatezza di un grembo e, poi, di una stanza e una casa: raccoglie mille stupori già vissuti, li mescola in una grazia mai provata. C’è l’orgoglio, lì dentro, c’è la paura, la novità e la dichiarazione di te, madre: nel mondo.

Il primo disegno

I bambini non fanno mai niente per loro. Allestiscono scenari, asili, case per le bambole. Ma quando confezionano un lavoretto o fanno un disegno è per te.

Non ha nessun senso tenerlo, il senso è donare. Poi ne avremo tanti da doverne buttare di nascosto. Perderemo la scintilla che fu del primo, riaffiorerà un nodo in gola in certi capolavori, ma il primo: quel primo segno tortuoso e libero da tutto… il primo disegno che fa per te, sarà come fidanzarsi, come sentirsi dire “per te, tu sola sei il senso di tutto”.

La prima risata che fate insieme

Saranno così tante da non poterle più ricordare, quelle smorfie, le storture buffe, gli incidenti e le frasi che sbaragliano. Così tanti i sorrisi che ti incidono. Ma un giorno che non sai, e non sai perché, tuo figlio ride insieme al tuo riso e non più di rimbalzo.

Per la prima volta e senza preavviso, senza spiegargli il motivo, siete due che ridono e pensi che potete avere anche questo: fare gli scemi insieme. Prendervi in giro, scherzare di una cosa che ti è venuta male, di quel cappello che ti sta da schifo, di una valigia che non si chiude, di una sua battuta.

La prima volta a casa da solo

“Stai a casa, sei sicura?” Lo chiedi a tua figlia, sai di poterti fidare, sai che non ti fiderai mai del tutto. Esci, fai quello che devi fare, una commissione minuscola, il pane, una scatola di Moment in farmacia.

La strada si affretta sotto i passi come un tapis roulant a velocità doppia. Tutte le case corrono, tutta la gente sfiora la tua gara con la preoccupazione. Lo sai, cosa sembra? Sembra il contrario di quel primo giro nel passeggino: la prima volta in due, la prima volta di nuovo tu.

La prima volta che un figlio rimane a casa è un’epifania. Eppure per anni è stato ovvio organizzarti. Lui con te, lui in una scuola, lui con un nonno. Per anni è stato così naturale tenere in conto il figlio: e adesso è un amore nuovo, questo. Che non deve calcolare.

La prima compera da solo

Lo mandi al panettiere accanto a casa. Ma proprio accanto, che se guardi dalla finestra quasi lo vedi. Gli dai un pezzo da dieci, le tue chiavi di casa.

Se tutto va bene torna: col pane, il resto, e gli occhi fieri. Tutto va bene, prendi il sacchetto del pane, riponi le tue chiavi, lo guardi: con gli occhi fieri.

Il suo primo mazzo di chiavi

È in prima media, la scuola è vicina, gli hai fatto la copia delle chiavi, gli hai detto mi raccomando, mai le chiavi vicino al tuo indirizzo. Le prime volte sei andata con lui. Poi un mattino è quel mattino: ciao mamma. Ciao. Mamma. Esce, stai sulla soglia, guardi per un po’, gira oltre il cancello, rientri. Clack.

Alle due meno venti senti lo stesso clack, due giri, la porta si apre da sola. È lui che rientra. È il figlio che ha fatto quel giro nella tua pancia, nel passeggino, che ha pianto all’asilo, che non conteggi più d’obbligo quando esci per poco, che vaga per casa con la sua intelligenza e suoi musi, che si addormenta ancora con il tuo bacio e due pagine di Geronimo Stilton. Che adesso gira la chiave.

Perché ogni prima volta che crediamo ci appartenga, in verità è una prima volta che giustamente lo separa.


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Mi chiamo Maddalena Capra, ho tentato di convertire il mio cognome nel più affascinante Lebout sposando un francese (altrettanto affascinante) ma ho dovuto prendere miseramente atto che in Italia si utilizza sempre il cognome da nubile. Divido le giornate tra i miei 3 figli, un blog sentimentale, ironico e irriverente quanto me e altre forme di scrittura. In equilibrio precario ma felice. Credo: nei bambini, nel potere della parola, nelle gioie improvvise. La migliore cosa che mi sia mai detta da sola: “Il destino è una pagina scritta. Finché non scopri che puoi girarla. E che dietro è bianca.”

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Mamme Blogger

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