Il lavoro e la maternità: quel giudizio, non richiesto, che può far male

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Tra gli argomenti che dividono di più le mamme, anche piuttosto aspramente, c’ è il tema del lavoro. Ne ho scritti di post al riguardo e ne ho letti tanti.

Fra la maggior parte di questi ultimi e i relativi commenti, quello che mi è sempre saltato all’occhio, non sono tanto le diverse posizioni, ma l’astio, la polemica fine a se stessa, l’impudenza di alcune affermazioni. Il giudizio crudele, cinico. Quello che, fra l’altro, nessuno vuole su di sé.

Sono due le cose che mi impressionano: il giudizio, appunto, ed il fatto che i papà, su questo argomento, sul proprio lavoro dopo i figli, non hanno nulla da dire.

Lo sappiamo, ma questo non ci fa ragionare sul fatto che siamo tutte un po’ vittime di un sistema che penalizza noi, noi soltanto. Loro si possono scannare per la squadra del cuore ma sul tema del lavoro, dopo essere diventati padri, non hanno argomenti. E questo perché, per molti di loro, e questo è un bene, nulla cambia al lavoro.

Noi, invece, o meglio, alcune, si uccidono per dire la propria, accusando l’altra di essere una lavativa (e magari lavorava fino all’altro ieri, ma il lavoro lo ha perso) o una menefreghista perché lavora tanto e non si dedica alla famiglia (anche se bisogna ammettere che le mamme lavoratrici sono attaccate molto meglio, ma più spesso si ammirano o si invidiano).

Avendo scritto già molto sull’argomento, quello che mi preme oggi è piuttosto farvi una domanda: Ma perché tanto astio su questo tema, perché, anziché tirar dritto sulla propria strada, si deve giudicare quella dell’altra, senza ovviamente avere elementi per farlo?

È ovvio che la maggior parte di noi vorrebbe avere: sufficiente tempo per stare con i bimbi, qualche ora per sé, il lavoro per il quale si è sudato tanto tempo sui libri, ma senza che questo implichi l’impossibilità di veder crescere i propri figli.

Di persone che vogliono passare tutta la propria vita solo a stirare vestitini e fare il taxi ai bambini, vedendosi escluse da molte relazioni sociali che il lavoro fa guadagnare, perdendo quell’identità e quel senso di aggregazione che il lavoro stesso comporta, vedendosi private della gratificazione di alcuni piccoli grandi successi che si possono avere in qualsiasi ambito lavorativo ed infine senza un conto tutto proprio, non ce né è parecchia.

Eppure, senza che nessuno lo chieda, moltissime mamme, con un cinismo che non conosce freni, giudica. Colpisce sotto la cintola.

Persone che, forse frustate per la complessità della propria gestione familiare, o forse stanche per una presenza non attiva del papà, o infine guidate solo da uno stereotipo, feriscono chi, dall’altra parte, legge o ascolta il giudizio non richiesto.

Ecco, io ve lo domando, perché succede, secondo voi?

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http://statodigraziaachi.com/

L’autrice in parole telegrafiche: Donna, stop. Annata 1977, stop. Razza Caucasica, come direbbero in un poliziesco americano, stop. Status pro-tempore Pugliese prestata alla Regione Lombardia, stop.

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