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19/10/2026
Tenere in braccio un neonato, accompagnarlo durante la poppata, parlargli con una voce calma: nei primi giorni di vita la cura passa anche attraverso gesti semplici.
Ma chi resta accanto ai piccoli che in ospedale non hanno una presenza familiare?
A Brescia, l’associazione conosciuta come I Bambini di Dharma nasce per rispondere a questo bisogno. La sua storia aiuta a capire che cosa significhi offrire compagnia ai bambini più vulnerabili e quale impegno richieda diventare volontari.
Donatori di coccole per neonati: chi sono, cosa fanno e come diventarlo
Chi sono I Bambini di Dharma
L’esperienza prende avvio a Brescia nel 2011, con l’obiettivo di stare accanto ai neonati rimasti senza assistenza familiare in ospedale e ai bambini che attraversano situazioni difficili. Il sostegno riguarda anche piccoli allontanati dalla famiglia per maltrattamenti, durante l’attesa di un’accoglienza protetta.
Non si tratta di presentarsi in reparto e chiedere di prendere in braccio un bambino. È un’attività organizzata, che richiede coordinamento con i servizi e con l’ospedale, attenzione alla riservatezza e rispetto delle necessità di ogni piccolo. Il desiderio di aiutare diventa così una presenza inserita in un contesto di cura.
Che cosa fanno i volontari delle coccole
La parola “coccole” racconta soltanto una parte dell’impegno. I volontari dedicano tempo ai bambini, parlano con loro, raccontano storie e partecipano ai gesti quotidiani di accudimento, come il cambio e il momento del pasto, nei limiti delle attività autorizzate dal reparto. Non sostituiscono medici, infermieri o altre figure sanitarie.
Il valore di questa presenza sta nell’attenzione rivolta al singolo bambino: riconoscerne i tempi, accompagnare i momenti di veglia e rispettare il riposo.
Non serve descrivere i volontari come figure straordinarie: il loro contributo è concreto e richiede preparazione, affidabilità e delicatezza, oltre all’affetto.
Una valigetta per custodire i primi ricordi
Tra i gesti che caratterizzano questa esperienza c’è la raccolta dei ricordi dei primi giorni. Un diario con piccoli avvenimenti, un bavaglino, un oggetto personale: cose semplici che aiutano a non perdere le tracce di un periodo della vita che il bambino non potrà ricordare direttamente.
La valigetta accompagna idealmente il passaggio verso chi si prenderà cura del piccolo, custodendo una parte della sua storia. Non è soltanto un regalo: significa riconoscere che ogni bambino ha una storia personale, anche quando i suoi primi giorni sono segnati da separazioni o cambiamenti.
Parlare dei bambini senza etichette
L’espressione “neonati abbandonati” viene spesso usata per raccontare queste attività, ma può riunire situazioni molto diverse. Il mancato riconoscimento alla nascita, un abbandono in condizioni di pericolo e l’allontanamento dalla famiglia non sono la stessa cosa. Raccontare il sostegno ai piccoli richiede rispetto anche per queste differenze, senza giudicare storie familiari che non conosciamo.
Come informarsi per diventare volontari
Se questa esperienza ti interessa, il primo passo è contattare direttamente l’associazione attraverso i suoi canali ufficiali e chiedere se sono aperti nuovi percorsi di inserimento. La formazione e il colloquio conoscitivo servono a comprendere il ruolo, chiarire le motivazioni e valutare la compatibilità dell’impegno con la propria vita.
- Chiedi quali requisiti personali e documenti sono richiesti al momento della candidatura.
- Informati sul calendario della formazione, sull’eventuale costo e sulle modalità del colloquio.
- Verifica quanto tempo viene richiesto e come vengono organizzati i turni.
- Domanda quale affiancamento è previsto prima di iniziare e quali attività sono consentite.
- Chiarisci le regole su riservatezza, fotografie e condivisione delle storie dei bambini.
Per chi aspetta un figlio o si prende già cura di un bambino, questa storia può suscitare il desiderio di dare una mano. Non è necessario trasformarlo subito in una candidatura: valutare le proprie energie e disponibilità è parte di una scelta responsabile. Puoi chiedere all’associazione se esistono altre forme di sostegno compatibili con il tempo che hai.




