Trasparenza editoriale: questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'intelligenza artificiale, sottoposto a verifiche automatizzate delle informazioni e revisionato dalla redazione di Maternita.it
15/10/2026
In Italia è previsto uno screening per individuare precocemente gli anticorpi associati al diabete di tipo 1 e alla celiachia nei bambini di cinque e sei anni. L’esame potrà intercettare possibili segnali prima dei sintomi, ma un risultato positivo non equivale sempre a una diagnosi. Per le famiglie sarà quindi importante sapere quali passaggi seguono il test e chi accompagnerà i bambini nel tempo: è su questa continuità che si misurerà il valore concreto del programma.
Un programma nazionale, con adesione volontaria
Il programma, previsto dalla legge del 2023 e disciplinato da un decreto del Ministero della Salute del 7 agosto 2026, riguarda i bambini di cinque e sei anni. Il decreto è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale l’8 ottobre e prevede che l’adesione sia volontaria. L’entrata in vigore è prevista dopo sei mesi: non si tratta dunque di un servizio già attivo in modo uniforme su tutto il territorio.
La realizzazione sarà progressiva e affidata alle Regioni. Il test del sangue cerca anticorpi legati alle due patologie; il suo scopo è riconoscere una possibile condizione di rischio, non stabilire da solo che un bambino sia malato. La distanza tra un risultato di screening e una diagnosi è un passaggio essenziale da chiarire alle famiglie fin dall’inizio.
Un risultato positivo non è una diagnosi
Nel diabete di tipo 1, la presenza di autoanticorpi può indicare un rischio aumentato, ma non permette di prevedere con certezza se e quando compariranno i sintomi. Anche il numero e la persistenza degli anticorpi contano: una positività singola non ha lo stesso significato di più positività confermate. Per questo, dopo il test possono servire approfondimenti e controlli nel tempo.
Per la celiachia, anticorpi positivi richiedono un percorso diagnostico appropriato. Il risultato, da solo, non conferma la malattia e non significa che il bambino debba iniziare subito una dieta senza glutine: farlo prima che gli accertamenti siano conclusi può influenzare l’interpretazione degli esami successivi. Le informazioni date dopo il prelievo, quindi, sono parte importante del percorso, non un dettaglio accessorio.
La presa in carico è il passaggio decisivo
Il decreto assegna compiti a dipartimenti di prevenzione, laboratori di riferimento e centri clinici regionali, che dovranno occuparsi della conferma diagnostica, della presa in carico, del trattamento e del follow-up, cioè dei controlli successivi. È prevista anche una piattaforma nazionale gestita dall’Istituto Superiore di Sanità e una valutazione periodica dei risultati. Il coinvolgimento dei pediatri di libera scelta è indicato come parte della rete di assistenza alle famiglie.
La sfida sarà trasformare queste disposizioni in un percorso comprensibile e accessibile, con tempi adeguati tra il test, gli eventuali approfondimenti e i controlli. Un programma nazionale dovrà inoltre evitare che la possibilità di essere seguiti dipenda dal territorio o dalle difficoltà pratiche della famiglia. La prevenzione, in questo caso, non si esaurisce nell’individuare un rischio: richiede che sia chiaro anche chi seguirà il bambino dopo il risultato.




