Ho bisogno di volerti bene

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Non è stato così facile.

Ci volevano anche sei, sette ore per calmarla o addormentarla. I sonni erano brevi, dopo lunghe fatiche. Ai fratelli che chiedevano qualcosa, pazienti, rispondevo “adesso non posso”, e quella frase mi pizzicava come una maglia infeltrita. E non sapevo evitarlo.

Mi chiedevano come andava, in giro, agli incroci, nelle botteghe che visitavo per spezzare la mattinata: “Piange.”

Qualcuno sorride, altri si affrettano a narrare di simili inquietudini, di figli che non hanno dormito mai. C’era chi suggeriva di aspettare i tre mesi, dicevano: “Passerà”. Mia madre sta in piedi, in corridoio, la piccola si dibatte tra le mie braccia, io conto a spanne quanto ha riposato: “Poi si dimentica” tenta il conforto. Nel fiume del tempo si perdono i dettagli, le piccole cose: “Devi avere pazienza.”

Ma le frasi s’annacquano, cadono in quel gretto del fiume che dovrebbe ingoiarsi i miei spigoli: sorrido di labbra pesanti, dure, provate da una rabbia che chiude. Penso che la pazienza non m’importa, non ora, non qui. Non ho fretta che cresca. Voglio l’amore liquido che impazza, l’amore che ho avuto quando lei era ideale, accozzaglia di sogni e lineamenti. L’intimità simbiotica che lo sconforto si mangia, a grandi morsi, ogni ora.

Volevo l’amore largo, generoso, incontrastato. Subito. Se no lei chi è? Chi è, se no? Un gesto che compio, un pianto da sedare, un corpo da lavare, una bocca da nutrire?

Un giorno ero sveglia al suo fianco: dormiva, finalmente. Leggera come un pensiero felice. L’ho tenuta stretta, vicina come le prime ore, quando tutto era ancora dentro, e il fuori gli somigliava. Una voce se la beveva, sussurrava: “Ho bisogno di volerti bene.”

E poi arriva, quel fiume del tempo che sciacqua le fatiche.

La strada che sbriciola i passi. E piano piano, o d’improvviso, nella rete dei giorni che non so più contare, ti trovo. Si alleggeriscono i pianti, si diradano. Gli occhi mi cercano, i sorrisi si affacciano. Scavalchi le difese del disappunto, scivoli dentro come un ricordo: ti ho amata, Isabelle. Ti ho amata sempre. Ma era difficile chiamarlo amore. Difficile lasciarlo amore.

Grazie per questi giorni che di nuovo nasci, con le scoperte che fai, col tuo modo di guardare il mondo, nel lungo sorso di due pupille accese come falò. Con i capelli arruffati, la testa che s’alza come una vela al largo di grandi viaggi. La pace morbida della pelle che non s’increspa, che riposa e ride, addormentata o sveglia, e non mi mette fretta, non affanna il piccolo fiato di questa madre.

Grazie per oggi, che dormi col ciuccio appeso alla bocca come una pipa. Aggrappata, stanca e forte, al mio petto con le mani che stanno imparando la presa, piccolo geco attaccata alla roccia.

La mia voce s’acquieta, la senti? Gli occhi non hanno paura d’inciampare. I giorni si spalancano.

Perfino i miei baci hanno cambiato consistenza: affondano, ora, nel prato bianco della pelle… Diventa meraviglia, la consuetudine di te.

Come l’oleandro, piccolo nel piccolo vaso che comprammo anni fa: “Sta crescendo in fretta – dico un giorno a tuo padre – : spostiamolo.”

Ma il piccolo oleandro aveva affondato le radici, sfondato il vaso, raggiunto la terra.

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