Mamme: “Voglio la mammo-immunità”

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Mamme ammalate

E così febbraio finisce.
Un gran sollievo perché, visti i malanni di queste ultime settimane, si sarebbe portati a pensare che il nome di questo mese sia alquanto profetico (“febbraio” non viene forse da “febbre”?).

Sul web impazzano post e consigli su poveri infanti malati e madri impietosite o preoccupate per quegli occhietti sparuti, le notti insonni, termometri in allarme, giornate di nido e lavoro perduti.

Bene, condoglianze: a voi che vi improvvisate crocerossine e vi vedete smantellati chilometri di progetti, e ai piccoli cui auguro una pronta guarigione. Ma alle mamme… chi ci pensa?

Tu, cara donna lavoratrice con un solo figlio a carico, che al mattino lo porti al nido o alla scuola materna: se ti ammali ti basta un marito comprensivo che consegni il pargolo alle maestre e qualcuno che lo recuperi al pomeriggio. Certo, quando il piccolo rientrerà ti assalirà del tutto incapace di intendere che la tua momentanea infermità ben altro predilige che salti sul grembo, giochi di pupazzi, pappe per finta (o per vero), cambi pannolino e simili. Ma tutto sommato hai avuto due terzi della giornata a casa, libera: tu, un divano e la borsa del ghiaccio. C’è chi sta peggio.

Il mio cordoglio, care mamme, va a quelle donne che, ahimè, sono per scelta o per contingenza femme au foyer: mamme a tempo pieno (i francesi, più romantici, le chiamano “donne del focolare”), o in maternità.

Non che si ammalino più spesso o peggio delle altre. È che non hanno il prezioso, impagabile beneficio della Solitudine. Che in certi casi, è evidente, risulta quanto di più propizio possa accaderci.
Allora si arrabattano: “Amore vuoi che resto a casa?” domanda il marito già incappucciato e vestito alla volta del monovolume.

E tu che fai? Resisti.

Vorresti dargli l’aut aut: o vai in ufficio e ti porti anche il bambino, o il bimbo resta ma rimani anche tu!
“Non ti preoccupare, amore, ora chiamo mia madre.”
Allunghi il braccio alla ricerca della coperta che il piccolo tiranno ti ha già tolto dalle gambe, sposti la tazza del tè fumante perché non si scotti, metti la Peppa alla tv pregando che: a-basti a tenerlo buono, b-non fomenti la tua acidità di stomaco.

E scatta l’operazione-nonni: “Possiamo domani, oggi siamo al corso di pittura su lino con polveri del Bengala. Ma se vuoi facciamo un salto nel tardo pomeriggio.”
Un salto? Sono io che salterei la giornata volentieri.
Poi bussano alla porta, ti danno una mano, ma è pur vero che: “Mamma, lascia stare, lo cerco io il coperchio per bollire la pasta”, “Mamma, la crema per il sederino è nel primo cassetto: ma come ‘non la trovo’? Aspetta, arrivo”, “Mamma, prova a metterlo a letto tu, per favore. Ah, non dorme? Va bene, vengo io.”

Hai tirato il fiato quei quaranta minuti che te l’hanno pascolato fuori: benedetta Solitudine. E cara grazia che i nonni, comunque, ce li hai ancora, e pure discretamente vicini.
Per il resto ti logori nell’attesa che lui ritorni e ti chiedi soltanto perché non esista una specie di mammo-immunità che tenga in salvo le madri con figli, che so… al di sotto dei vent’anni?

 

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Ho un bimbo

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