Il vero “guaio” della maternità

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maternità e adesso cosa faccio?

La quotidianità con un figlio corre tra la meraviglia e un frequente “E adesso cosa faccio???”.

La fregatura della maternità è che non sei mai pronta. Te lo dico subito, così eviti di scorrere con l’occhio stanco tutti i grassetti del post.

L’inizio: cominciamo col dire che, in questi ultimi anni (ai miei tempi no, ma non vorrei fornire troppi indizi sui miei dati anagrafici) è in voga il cosiddetto “inserimento”. Il piccolo ha, giustamente, un tempo di ambientamento quando entra al nido, un tempo di adattamento quando entra alla scuola d’infanzia, un tempo di rodaggio quando va alle elementari (ora primarie). E, se vogliamo, un tempo indefinito di “inserimento” anche nella vita terrena. Ritmi sonno-veglia-poppata da stabilire, e via dicendo.

Bene: alla mamma nessun “inserimento” è fornito.

Nessun periodo di prova, nessun passaggio di consegna. Niente. Hai firmato, ti hanno dato il posto. Ti hanno scelta, presa. Subito. E via.

Hai un bel dire che hai sempre amato i bambini. Che da ragazza facevi la babysitter per tirar su due soldi. Che sei zia da un pezzo, che i piccoli ti conquistano al primo sguardo. Quando quell’esserino è il tuo, al secondo vacilli e al terzo pure. I due giorni in ospedale, quando hai partorito, ti hanno dato somme istruzioni, e già hai capito: non le istruzioni, ma che avresti fatto altre due settimane lì, accudita. Che la gravidanza può essere straordinaria ma, appunto, non ha nulla di ordinario: la quotidianità con un figlio corre tra la meraviglia e un frequente e adesso cosa faccio?

Hai appena capito come attaccarlo al seno, sanato le ragadi, schivato la mastite, e c’ha lo scatto di crescita.

Hai imparato ormai a padroneggiare le poppate, ma è tempo di svezzarlo. Lo leghi nella fascia in un attimo, con un solo gesto fluido e lesto, e di colpo ti pesa come una balla di fieno.

Qua e là avverti il brivido della novità, hai visto quel piccolo che gattonava: quando tocca al mio? Poi ritrovi tuo figlio già in piedi attaccato alle sbarre del letto.

Sei diventata un asso nel distrarlo quando fa un capriccio. Poi un giorno ti rendi conto che sa già coniugare i congiuntivi: forse è il caso di aggiornare il metodo educativo. Forse, adesso, puoi spiegargli perché non è carino sputare alla panettiera o buttarsi dal quarto gradino di una scala a pioli.

Sarà per questo che corri sempre.

La verità è che nemmeno settori come l’informatica e l’alta tecnologia sono così rapidi. Sei sempre, inesorabilmente, appena in tempo, o già superata. Ovviamente da lui, e dalla sua incontrollabile evoluzione. E per non perdere il brivido, nemmeno ai figli successivi sarai impeccabile e pronta: perché ogni bimbo è diverso, perché intanto certi dettagli se li è mangiati l’oblio, perché anche tu – un po’ – invecchi. E in un modo o nell’altro, non sai come, devi imparare comunque.

Perché se è vero che apprendi con l’esperienza, è vero quello che diceva qualcuno: L’esperienza insegna. Peccato che arrivi sempre troppo tardi.” Non mi ricordo chi fosse. Ma era una gran figo.

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