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29/10/2026
Per genitori e altre figure di cura, capire dove gli adolescenti cercano risposte sulla sessualità aiuta a comprendere le difficoltà di dialogo in famiglia e a scuola.
Molti ragazzi si informano online, tra social, pornografia e contenuti non sempre affidabili.
Le testimonianze di una rappresentante degli studenti e di una psicoterapeuta, insieme ad alcune indagini, riportano l’attenzione su consenso, prevenzione e relazioni.
Il web è una fonte, ma non sempre una guida
Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Sexual Medicine, i social sono la prima fonte di informazione sulla sessualità per gli adolescenti italiani: li indica il 37,9%. La famiglia è al 15,1%, la scuola al 5,2% e le fonti scientifiche al 4,4%. L’Istituto superiore di sanità rileva che cerca informazioni online l’89% dei maschi e l’84% delle femmine.
Un’indagine Ipsos Doxa per Medici del Mondo riguarda invece 1.000 giovani italiani tra i 16 e i 25 anni. Il 50% dichiara di usare Google per informarsi su sessualità e salute riproduttiva, il 27% piattaforme di intelligenza artificiale; per il 31% la pornografia è l’unica fonte di apprendimento sul sesso. Tra gli intervistati, il 64% ritiene che la pornografia crei aspettative irrealistiche sulle prestazioni.
La psicoterapeuta, sessuologa e formatrice Giorgia Bosco avverte che i contenuti espliciti possono diventare un modello distante dalla realtà e dai legami affettivi. L’abbondanza di materiale online, osserva, può convivere con difficoltà nel rapporto con l’altra persona: conoscere la parola «consenso» non significa sempre saper ascoltare e stare in relazione.
Scuola e famiglia, due spazi ancora difficili
Il vuoto informativo non nasce con internet.
Secondo un rapporto Unesco, in Italia l’educazione affettiva e sessuale è frammentata e spesso limitata alla biologia; consenso, relazioni e identità restano ai margini. Anche parlare dell’apparato riproduttivo può creare imbarazzo: Federica Corcione, coordinatrice dell’Unione degli Studenti, racconta che alcuni docenti saltano il capitolo.
Il 4 giugno 2026 è diventata legge la 104/2026: vieta l’educazione sessuale nell’infanzia e nella scuola primaria e, alle medie e alle superiori, richiede il consenso scritto preventivo dei genitori, oppure degli studenti se maggiorenni. Bosco osserva che anche famiglie presenti possono sentirsi impreparate; Corcione racconta che chi trova il coraggio di chiedere può incontrare l’imbarazzo degli adulti.
Gli studenti chiedono occasioni per parlarne
Nell’indagine Ipsos Doxa per Medici del Mondo, il 71% dei giovani intervistati ritiene che la scuola debba occuparsi di educazione sessuale e affettiva; il 56% la vorrebbe obbligatoria.
Secondo un dato distinto attribuito all’Istituto superiore di sanità, il 94% dei ragazzi ritiene che la scuola debba informarli e il 62% vorrebbe incontri con esperti esterni.
Quando gli spazi scolastici mancano, alcuni studenti invitano sessuologi, ginecologi e associazioni durante autogestioni e occupazioni. Corcione racconta che, nella sua scuola, la dirigenza ostacolò un incontro su educazione sessuoaffettiva e transfemminismo: si svolse poi con un titolo diverso, durante un’assemblea pomeridiana.
Unesco e Organizzazione mondiale della sanità raccomandano un’educazione sessuale comprensiva, con contenuti adeguati all’età. Alle medie e alle superiori, il consenso scritto preventivo richiesto per le attività scolastiche si inserisce in una situazione in cui, come raccontano Corcione e Bosco, parlare di sessualità tra ragazzi e adulti può già essere difficile.



