I figli potranno avere il cognome della mamma: presentato il disegno di legge

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É stato presentato nei giorni scorsi in Senato il disegno di legge che prevede la possibilità di attribuire il cognome della madre ai figli nati nella coppia. Promotrice della bozza legislativa Alessandra Maiorino, senatrice del Movimento 5 Stelle, insieme al collega pentastellato Emanuele Dessì. Si tratta di un passo importante a livello sociale e culturale, che consentirebbe all’Italia di uniformarsi a quanto già avviene in tutta Europa e garantire pari dignità alle donne all’interno del rapporto sia familiare che coniugale.

Cosa prevede il disegno di legge: sarà la coppia a decidere

“L’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo è incostituzionale, un’eredità culturale sorpassata che nell’epoca moderna in cui viviamo non deve esistere” ha commentato la senatrice Maiorino presentando i punti salienti del disegno di legge. Quella dell’attribuzione del cognome paterno ai figli è, di fatto, un automatismo legislativo. La legge proposta dalla senatrice Maiorino, che si suddivide in otto punti, prevede invece che sia la coppia, di comune accordo, a decidere quale dei due cognomi tramandare ai figli. In caso di disaccordo l’Ufficiale dello Stato Civile o l’Anagrafe attribuiranno al bambino/a il doppio cognome in ordine alfabetico. Al compimento del diciottesimo anno di età, il figlio o la figlia, potranno scegliere (se vorranno) quale scegliere definitivamente tra i due.

Cognome paterno di diritto: le discriminazioni anticostituzionali

Il disegno di legge presentato dalla Maiorino riporta all’attenzione il difficile ruolo della donna nella società moderna. Di fatto la legge attuale, che prevede l’attribuzione in automatico del cognome paterno ai figli nati nella coppia, viola almeno tre articoli della Costituzione italiana, come sottolineato dalla Consulta. L’articolo 2, perché restringe il diritto del singolo individuo all’identità personale e gli articoli 3 e 29 in quanto “si lede il diritto di uguaglianza e pari dignità dei genitori nei confronti dei figli e tra i coniugi medesimi”. Una forma di discriminazione sociale ai danni delle mamme che non garantisce la parità di genere né gli stessi diritti uomo/donna all’interno della famiglia.

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