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Ascoltare le prime parole del proprio bambino può essere un’emozione grande. Prima, però, ci sono suoni, sillabe ripetute e tentativi che possono lasciare un dubbio: quel «ma-ma» è già una parola? Capire che cosa osservare, oltre alla pronuncia, aiuta genitori e altre figure di cura ad accompagnare questa fase senza trasformarla in una prova.
Vediamo come distinguere la lallazione dalle prime parole, quali tempi considerare orientativi e come sostenere la comunicazione nella vita quotidiana. Troverai anche indicazioni su cosa raccontare al pediatra se hai dubbi sul linguaggio del tuo bambino.
Prime parole o lallazione?
La lallazione, chiamata anche «babbling», comprende sequenze di sillabe come «ma-ma», «la-la» e «pa-pa», che diventano riconoscibili nel corso della seconda metà del primo anno. È un modo con cui il bambino esplora i suoni della voce: sentire «ma-ma» non significa necessariamente che stia già chiamando la mamma. La differenza non sta soltanto nel suono, ma nel suo uso per comunicare un significato.
Puoi riconoscere una prima parola quando il bambino usa un suono con un’intenzione e un significato riconoscibili: per esempio, dice «mamma» per chiamarla o cercarla, non soltanto durante una sequenza di sillabe. La pronuncia non deve essere perfetta: anche «ba» per indicare sempre la palla o «bau» riferito al cane possono avere valore di parola. Conta il collegamento che il bambino stabilisce tra quel suono e ciò che vuole comunicare.
Le prime parole compaiono spesso intorno al primo compleanno, ma i tempi possono variare. Non è una scadenza uguale per tutti e il linguaggio non comincia soltanto quando arriva la prima parola: prima ci sono già scambi di sguardi, gesti e vocalizzi. Per capire come procede la comunicazione, è utile osservare l’insieme di queste capacità e i cambiamenti nel tempo, non soltanto l’età.
Le prime parole riguardano spesso persone, oggetti e bisogni familiari: «mamma», «papà», «pappa», «acqua» o il nome di un gioco. Non esiste un elenco da rispettare né un ordine obbligato: anche una parola pronunciata in modo incompleto può raccontare ciò che interessa al bambino in quel momento.
Prima di parlare, il bambino può già capire parole familiari e comunicare attraverso sguardi, gesti e suoni. Osserva se cerca il tuo sguardo, imita un gesto, mostra qualcosa o guarda insieme a te un libro: condividere l’interesse per la stessa cosa viene chiamato attenzione condivisa. La comprensione può precedere la capacità di pronunciare parole; questi segnali aiutano a descrivere la comunicazione, ma da soli non escludono eventuali difficoltà.
Come stimolare le prime parole
Per accompagnare i primi tentativi di parlare non servono esercizi continui né momenti organizzati alla perfezione. Puoi partire dal gioco, dal cambio o da un libro, seguendo ciò che attira il bambino. L’obiettivo è scambiare messaggi, lasciando spazio anche alle sue risposte con lo sguardo, i gesti o la voce.
- Parla durante le attività quotidiane con frasi semplici e naturali. Non devi riempire ogni silenzio: fai una pausa e lascia al bambino il tempo di rispondere, anche con un suono.
- Condividi la lettura di un libro: osservate le figure, nomina ciò che lo interessa e segui i suoi gesti. Non è necessario finire tutte le pagine.
- Usa anche gesti ed espressioni del volto per accompagnare le parole. Accogli allo stesso modo i gesti con cui il bambino cerca di comunicare.
- Nomina ciò che state guardando o usando: «Ecco la palla», «Vuoi l’acqua?». Ripeti le parole dentro scambi spontanei, senza chiedergli continuamente di ripeterle.
- Nel gioco puoi usare versi degli animali e suoni come «bau» o «brum», affiancandoli ai nomi: «Bau, è il cane!». Non sono una prova da superare.
- Se indica un oggetto, rispondi alla richiesta e dagli un nome: «Vuoi la palla? Eccola». Non subordinare la risposta alla pronuncia e non fingere di non capire per farlo parlare.
- Mostra interesse per quello che comunica, senza trasformare ogni parola in una prestazione. Puoi rispondere a «palla» con «Sì, la palla rotola!».
- Se una parola è incompleta o pronunciata diversamente, offri il modello corretto nella tua risposta, con naturalezza e senza rimproveri.
App e prime parole: quali limiti considerare
Un’app presentata come educativa non è, per questo, uno strumento necessario per imparare a parlare. Associare lettere e suoni è inoltre un obiettivo diverso dalla comparsa delle prime parole. Nei primi anni dai priorità agli scambi diretti, nei quali una persona risponde allo sguardo, ai gesti e alla voce del bambino. Non usare app o video come risposta a un dubbio sul linguaggio: confrontati con il pediatra anche sull’uso degli schermi adatto all’età. L’immagine riportata sotto è illustrativa e non costituisce una raccomandazione del prodotto.

Cosa fare se il bambino tarda a parlare
È vero che ogni bambino segue tempi di sviluppo personali, ma questo non significa dover aspettare senza parlarne. Se le parole non arrivano o noti pochi progressi, confrontati con il pediatra, descrivendo anche gesti, comprensione e risposte ai suoni. Non attribuire la difficoltà alla pigrizia e non colpevolizzarti per gli stimoli offerti: il pediatra può valutare il quadro complessivo e, se necessario, proporre controlli dell’udito o un approfondimento specialistico, anche logopedico.
- Prima del colloquio, annota alcuni esempi: quali parole o suoni usa con significato, come chiede qualcosa e quali parole o richieste familiari sembra capire.
- Riferisci se ti sembra che non senta bene o che risponda poco alla voce e ai suoni. Queste osservazioni non permettono una diagnosi a casa, ma aiutano il pediatra a orientare la valutazione.
- Segnala se cerca raramente di comunicare anche attraverso sguardi, gesti o vocalizzi, senza considerare soltanto il numero di parole.
- Se perde parole o altre capacità comunicative che aveva già acquisito, contatta il pediatra senza rimandare al controllo successivo.





Manuele Cesare
Gianluigi Barisciano
Giovanni Calia
Nn ti illudere dirà papà