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24/09/2026
Un ampio studio del Karolinska Institutet, pubblicato su JAMA Pediatrics, ha analizzato l’associazione tra le infezioni TORCH trasmesse durante la gravidanza e alcune conseguenze sullo sviluppo dei bambini. I risultati indicano un rischio osservato più elevato di diagnosi di autismo e disabilità intellettiva, ma sottolineano anche che la trasmissione al feto è rara e che queste infezioni spiegano solo una piccola parte dei casi osservati nella popolazione.
Che cosa comprende il gruppo TORCH
L’acronimo TORCH identifica alcune infezioni che, in determinate circostanze, possono attraversare la placenta e raggiungere il feto. Comprende il toxoplasma, la rosolia, il citomegalovirus, l’herpesvirus e altre infezioni, tra cui la sifilide.
A differenza di molte infezioni comuni, questi agenti patogeni possono talvolta infettare direttamente il feto. Il gruppo di ricerca ha analizzato i dati di 3,7 milioni di persone nate in Svezia tra il 1987 e il 2021. Tra loro, 975 avevano ricevuto una diagnosi di infezione TORCH congenita, cioè presente già alla nascita. Il monitoraggio è proseguito fino a 30 anni per osservare eventuali diagnosi successive e i risultati scolastici.
Il rischio osservato per autismo e disabilità intellettiva
Rispetto ai bambini senza un’infezione TORCH congenita, quelli colpiti avevano una probabilità circa tre volte maggiore di ricevere una diagnosi di autismo nel corso della vita. La probabilità di una diagnosi di disabilità intellettiva risultava invece più di sette volte superiore; per le forme gravi o profonde, il rischio arrivava fino a 30 volte.
Gli autori stimano inoltre che circa un bambino su cinque tra quelli nati con un’infezione TORCH possa ricevere in seguito una diagnosi di autismo. Anche in assenza di una diagnosi di autismo o disabilità intellettiva, il gruppo con infezione ha ottenuto in media voti più bassi. Non sono invece emersi legami evidenti con l’ADHD, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, o con il disturbo ossessivo-compulsivo.
Perché i risultati vanno letti nel contesto
Il confronto con fratelli non infettati ha prodotto risultati simili, suggerendo che l’associazione osservata non sia spiegata soltanto da fattori condivisi nella famiglia. Il lavoro descrive però un’associazione e non dimostra che ogni infezione provochi autismo. Le infezioni congenite sono rare e gli autori stimano che siano associate a circa l’1,2% dei casi di disabilità intellettiva grave e allo 0,034% dei casi di autismo in Svezia.
Il Karolinska Institutet richiama quindi l’attenzione sulla prevenzione. Tra le strategie indicate ci sono la vaccinazione contro la rosolia prima della gravidanza, l’igiene delle mani e l’attenzione al contatto con saliva e urine dei bambini piccoli per ridurre il rischio di citomegalovirus. Per la toxoplasmosi vengono citati la cottura della carne, il lavaggio delle verdure e la cautela nella gestione delle feci dei gatti. Sono inoltre richiamati lo screening e il trattamento della sifilide e l’identificazione dell’herpes durante la gravidanza.
Per le famiglie, il punto resta distinguere la rarità delle infezioni congenite dal rischio più alto osservato nei bambini effettivamente colpiti: è in questo quadro che gli autori collocano il valore delle misure preventive indicate.




