Mamma costretta a dimettersi per andare a prendere il figlio al nido

Secondo il racconto di Beatrice Baratto, la richiesta di un orario temporaneo per ritirare il figlio al nido non ha portato a un accordo. Dopo sette anni, si è dimessa e ha avviato un nuovo percorso di studi.

11/09/2026

Beatrice Baratto, 33 anni, racconta di essersi dimessa dopo non essere riuscita a trovare un accordo sull’organizzazione dell’orario che le avrebbe consentito di andare a prendere il figlio al nido.
Il bambino non aveva ancora compiuto un anno. La lavoratrice, impiegata nell’ufficio commerciale di un’azienda calzaturiera del Montebellunese, aveva chiesto una soluzione temporanea per proseguire il lavoro e occuparsi della routine quotidiana del figlio.

La proposta in vista del rientro dalla maternità

Laureata in Lingue, Beatrice aveva lavorato per sette anni nell’azienda, seguendo soprattutto i mercati esteri. Dopo la nascita del figlio, nell’agosto 2025, a gennaio, avvicinandosi il rientro dalla maternità, ha raccontato di avere proposto una diversa distribuzione delle ore per la durata di un anno.

Il piano prevedeva tre giorni alla settimana da sei ore continuative e due giornate a tempo pieno. In questo modo avrebbe potuto uscire dal lavoro e raggiungere il nido alle 15.30. Baratto riferisce di essersi organizzata anche con il marito, per garantire la sua presenza in azienda durante due giornate intere. La richiesta, ha spiegato, non era quella di ridurre l’orario in modo permanente, ma di individuare un assetto compatibile con un bambino così piccolo per un periodo limitato.

Ferie, smart working e il tentativo di conciliazione

Secondo il racconto della lavoratrice, l’azienda le avrebbe prospettato l’utilizzo delle ferie per mantenere quell’organizzazione fino alla fine dell’anno. Beatrice ha riferito di avere valutato anche lo smart working, una modalità già utilizzata in passato, e di essersi poi rivolta alla consigliera di Parità della Provincia di Treviso nel tentativo di trovare una conciliazione.

Il confronto non avrebbe portato a una soluzione condivisa. Dopo una telefonata con la consulente delle risorse umane, Baratto ha raccontato di avere percepito margini ridotti per arrivare a un accordo. Ha quindi lasciato l’azienda: una decisione che descrive come dolorosa, perché non intendeva interrompere né il lavoro né il percorso professionale costruito negli anni. Dopo sette anni, ha aggiunto, non avrebbe nemmeno avuto l’occasione di salutare i colleghi con cui aveva lavorato.

Il nuovo progetto professionale

Dopo le dimissioni, Beatrice si è iscritta a una laurea magistrale telematica, con l’obiettivo di provare la strada dell’insegnamento. Nel confronto con altre madri, racconta di avere incontrato esperienze simili, segnate dalla difficoltà di coordinare lavoro e servizi per l’infanzia.

Nel suo caso, il punto concreto era la richiesta valida per un anno: tre giornate da sei ore, due a tempo pieno e l’uscita alle 15.30 per il nido. Un’organizzazione che, secondo Baratto, avrebbe potuto permetterle di continuare a lavorare senza rinunciare alla cura del figlio.

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